Libri

 

 

Reinhold Messner, La vita secondo me, Corbaccio, Milano 2014, pp. 333, euro 16,90

Il coraggio di un uomo a nudo

Questo libro mi è stato regalato per il mio compleanno sapendo che amo la montagna sia passeggiando che arrampicando sugli Appennini e nelle bellissime Dolomiti.

Vi chiederete: perché recensirlo? Prima di tutto perché è una testimonianza di vita di un uomo particolare, che ha voluto raccontare, giunto a settanta anni, quello che ha imparato dalla sua vita e dagli incontri che ha fatto. In secondo luogo perché è uno sguardo dalla periferia, perché Messner si sente un uomo legato alla sua terra, alla val di Funes dove è nato ed è cresciuto, una valle poco turistica allora e anche oggi a confronto della val Gardena, della val Badia o della val di Fassa.
Non ci sono importanti impianti sciistici e d'estate altre sono le mete preferite. Tuttavia ci sono le Odle, patrimonio dell'umanità dell'Unesco.

Così Messner definisce se stesso alla fine del suo racconto di vita: «Non sono mai stato un selvaggio: piuttosto un disadattato, un uomo alla ricerca del senso, degli ideali, dell'estetica, un uomo curioso. E vado ancora nella natura selvaggia per sfuggire a un mondo addomesticato, sulle tracce della vera natura dell'uomo» (p. 330)

Fin da piccolo Messner ha avuto la fortuna di avere uno spazio per sé, i fratelli e gli amici in cui, divertendosi insieme, hanno potuto esplorare – nel vero senso della parola – la propria terra, mettersi alla prova sia fisicamente, che nelle relazioni, improntate alla solidarietà. Egli ha così potuto scegliere dove e come cimentarsi per mettersi alla prova, in particolare con il fratello Günther, cercando nuove pareti dove arrampicarsi al limite delle proprie capacità, consapevole dei rischi che correva, ma anche molto umile e attento a riconoscere fin dove poteva osare.

Messner dice di sé che ha imparato molto, a proprie spese, su come sono fatti gli uomini. Le esperienze di arrampicate estreme, l'infrangere tabù alpinistici, gli hanno procurato molta invidia da parte di chi non era in grado di compiere le stesse imprese. Ma questo è stato uno sprone per andare avanti e perseguire i propri obiettivi, che sono cambiati nel corso degli anni. Prima le arrampicate in nelle Alpi, poi il periodo dei 14 ottomila in Himalaya, infine, dopo l'incidente a 51 anni i musei della montagna.

Messner ha una predilezione per le persone dei piccoli villaggi che ha incontrato sui suoi cammini, perché gli ricordano la semplicità e la verità della vita della sua infanzia, a differenza dell'artificiosità della vita nelle grandi città civilizzate. Certo è una vita dura quella dei villaggi delle periferie montane e dei deserti del mondo, ma Messner vi ha trovato più autenticità nelle relazioni personali, con un senso della solidarietà dovuta al fatto che se non ci si dà una mano in quelle situazioni povere, non si riesce a sopravvivere.

Non disdegna la modernità, ma Messner preferisce, senza giudicare, quell'altra vita, che ora ha messo in mostra nei suoi musei in Alto Adige, accanto al fatto che cerca di aiutare con vari progetti quelle persone che lo hanno accolto in moltissime occasioni con semplicità e autenticità e, anche, gli hanno letteralmente salvato la vita.

Molte pagine dell'autobiografia parlano della sua intima visione della vita, non per mettersi in mostra, ma per condividere l'esperienza della propria vita, consapevole delle proprie capacità allenata fin da piccolo, ma anche della propria piccolezza, segnata da una umiltà di fronte alla grande natura che ha vissuto fino in fondo.

Messner critica la società moderna che cerca a tutti i costi di eliminare il rischio, soprattutto impedisce ai bambini di esplorare il mondo mettendo alla prova le proprie capacità fisiche e morali. E' un punto di vista laterale, che si impone alla nostra attenzione per quanto l'autore ha realizzato in montagna e per le relazioni di vera amicizia che ha intrecciato nella sua vita.

L'esperienza della cordata può essere metafora della intrapresa comune, come si evince da queste poche parole: «Il diritto di scegliersi la strada comprende l'obiettivo di diventare se stessi, e anche la possibilità di vivere la vita con successo. Il processo di uno sviluppo costante cancella i confini tra «consentito» e «vietato» e si concentra su «possibile» e «impossibile». Una cordata, il cui comportamento non si rifà all'obbedienza e alla colpa ma all'iniziativa personale e alla responsabilità, si fonda su stimoli intimi e sulla somma delle capacità» (p. 329).

Il libro racconta, attraverso parole chiave la vita di un uomo e merita la lettura perché, se certo Messner è un individuo unico (nessuno dei suoi compagni di gioco della giovinezza ha fatto quello che ha fatto lui), tuttavia proprio per questo ci consegna una lezione di umanità vera, che pone interrogativi non banali alla nostra vita "moderna".

 

Invito alla lettura

Se i miei movimenti fossero sempre stati controllati, alla fine la mia mente sarebbe rimasta vuota, i miei sentimenti vacui, la mia creatività sarebbe morta: la vita una non-vita. La gioia di vivere cresce godendo della libertà e grazie alle prove che si incontrano vivendo. La natura umana è questa. E una legge della natura (p. 35)

Nella nostra società le differenze tra povertà e ricchezza, sono sempre più grandi e sempre più difficili da colmare. Al contempo, per i bambini dei ceti popolari sono andati persi tutti quegli spazi di gioco che una volta erano gratuiti e accessibili a tutti. Il mondo in cui ho fatto le mie esperienze sociali più importanti, in cui ho sviluppato la mia autostima e in cui ho imparato soprattutto l'arte della vita, non c'è più. Ma dove si farà esperienza in futuro? Se è vero che l'accesso alla formazione è importante, gli spazi all'aperto lo sono ancora di più perché i bambini possono imparare l'arte della vita solo se giocano insieme sotto la propria responsabilità. I pericoli sono molteplici e fanno parte del gioco. Ma se il legislatore chiude tutti questi spazi aperti o li regolamenta, ed eserciti di avvocati e assicuratori sfruttano i più piccoli incidenti invece di garantire un futuro ai bambini, per il mondo occidentale non ci sarà alcun domani. E crescerà la rassegnazione della nostra già apatica società incapace di opporsi veramente (pp. 37-38)

Solo quando ci troviamo in situazioni che ci rendono particolarmente esposti e solo quando siamo responsabili di noi stessi, immagazziniamo esperienza lasciandoci guidare dall'autocontrollo. Come uomini che cercano l'avventura addentrandosi nella natura selvaggia, tesi al superamento di noi stessi, sia soggetti a modelli di comportamenti anarchici (p. 43)

Io non corro rischi per mettere alla prova il mio coraggio, la mia tecnica mi porta innanzitutto ad evitarli. L'attenzione mi aiuta d agire ai limiti delle mie possibilità per imparare a gestire nel modo corretto la situazione di rischio. «Chi cerca il pericolo muore con esso», dicono quanti obiettano al mio pensiero. Ma c'è anche da dire che chi non conosce il pericolo, non può imparare a gestire il rischio. Nella nostra società basata sulla comunicazione – con Internet, TV, radio, videogiochi – disponiamo della più alta possibilità di esperienze passive di sempre. Non c'è quasi più il tempo per scambiarsi consigli sulle esperienze vissute. E dimentichiamo che le informazioni dei media implicano meno attenzione di quanto non lo richieda il contatto diretto con i pericoli. Molte delle mie esperienze si sono impresse nella mia memoria al punto che l'attenzione è diventata una sorta d'istinto. Fa parte di me e mi aiuta anche nella sopravvivenza quotidiana. Persino di notte, perché i sogni, gli istinti e l'attenzione hanno la stessa origine (p. 49)

Per me si trattava di realizzare idee rivoluzionarie. Così osai rompere diversi tabù. Tutti trattennero il fiato, quando senza ossigeno dimostrai loro quanto era piatto il loro mondo. Altra provocazione! Ma in quel caso mi servii anch'io del loro sostegno, il loro applauso mi fece da stimolo. Avevo sottovalutato il ritorno in una vita borghese deliberatamente scettica? Ero consapevole di quanto è difficile e prezioso vivere da anarchico, e non mi curai più di certe cose, rimanendo sempre più solo con me stesso. Stare da soli non ti fa guadagnare nulla. E' così per tutti. Lo so che fondamentalmente l'uomo è un essere sociale. Capirlo e ciononostante poter stare da soli significa vivere liberi [...] Ma stare da solo ogni tanto mi fa ancora bene. Le mie spedizioni solitarie sono diventate il mio tesoro, e questo tipo di solitudine lo condivido volentieri con l'umanità intera. Perché se ne rallegri. Solo se stiamo bene anche con noi stessi possiamo essere accettati dagli altri (pp. 177-178)

Come hanno stabilito i padri costituenti, nelle grandi società la democrazia diretta va istituita con cautela. Perché fuori del regno animale l'arroganza collettiva è più frequente dell'intelligenza collettiva. Soprattutto in Europa dove ci compiaciamo volentieri della nostra superiorità culturale. Dunque, l'Europa politica non funziona tanto bene perché i cittadini non si sentono e i singoli rappresentanti degli stati danno più importanza a interessi particolari che al bene comune dell'Unione Europea. Se quindi, discutendo delle diverse proposte di soluzione i politici penseranno solo agli interessi dei propri elettori, il progetto Europa non durerà. E questo ha costituito un motivo più che valido per lasciare dopo cinque anni il mio seggio di deputato (europeo). Oltre all'età. L'Europa avrà un futuro solo come comunità solidale di tutti i giovani europei, quindi come somma di una moltitudine (pp. 245-246)

L'avventura come gesto anarchico in spazi non regolamentati è un esperimento avvincente anche perché collegato a un sapere primordiale: massimi rischi nella massima libertà (p. 314)

Finché ho potuto fare tutto – salire sulla vetta dell'Everest, attraversare il deserto dei Gobi o conquistare la nord dell'Eiger – non mi sono mai chiesto quale senso avesse la mia vita. Mettevo in campo tutti i miei talenti, per quanto modesti – ed esprimevo me stesso. Non ho mai sentito la «mia conquista dell'inutile» come un torto all'umanità. Un valore, verso cui mi sono sentito particolarmente in obbligo è l'alpinismo tradizionale (p. 237)

 

 

Pietro Trabucchi, Tecniche di resistenza interiore. Come sopravvivere alla crisi della nostra società, Mondatori, Milano 2014, pp. 109, euro 16,00.

Resilienti nella crisi

 

Pietro Trabucchi è psicologo e sociologo (www.pietrotrabucchi.it) e in questo libro affronta un problema significativo della nostra società occidentale attuale: il venir meno della «forza d’animo», della capacità di resistere alla fatica, della capacità di differire la soddisfazione e sopportarne il peso emotivo. E’ un esperto di resilienza, la capacità di andare avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà.

Trabucchi parte da lontano: due milioni di anni fa gli ominidi nostri progenitori hanno dovuto adattarsi a un cambiamento climatico e passare da raccoglitori di cibo a cacciatori. Il passaggio non è stato indolore e ha di fatto sviluppato la capacità di seguire prede più veloci per un lungo tempo, ore e giorni, così da prenderle alla fine per sfinimento. Solo molto tempo dopo sono arrivate le lance e le frecce che hanno facilito la caccia. Nel frattempo si è sviluppata la resilienza, la capacità di continuare la caccia nonostante non si vedesse più la preda, seguendone solo le tracce e accettando la fatica di correre nella savana per giorni, sapendo che ala fine si avrebbe avuto successo.

Questa storia, che ci appare oggi quasi incredibile, ha forgiato il nostro corpo e il nostro cervello, che si sono sviluppati proprio per fare fronte a queste situazioni.

La crisi globale, questa interessa l’autore, è dovuta al fatto che non esercitiamo a sufficienza la resilienza per quattro motivi principali, cui dedica ad ognuno un capitolo: la sazietà dovuta al benessere, l’homo consumens che è privo di volontà e incapace di attenzione, l’epoca senza impegno perché quello che conta sono i geni e non l’impegno, l’erosione del reale dovuta in particolare alla TV e ai social media.

L’ultimo capitolo è dedicato a come esercitare con l’allenamento quotidiano la resilienza, per fare fronte a ciò che nessuno può fare al nostro posto: prenderci cura della nostra vita e migliorare così il mondo dove viviamo, diventare sufficientemente autonomi e critici nei confronti del mercato e dell’ideologia consumistica.

Uomo di esperienza personale nelle corse estreme, riversa questa sua sapienza nella vita quotidiana e vuole aiutare chiunque lo desideri a sopravvivere alla crisi – in fondo morale – che stiamo vivendo e da cui non usciremo nemmeno presto, se vogliamo rimanere con i piedi per terra, ancorati al reale e non facendoci suggestionare dalla suadente vulgata dei mezzi di comunicazione.

Non entro nel merito delle interessanti analisi e delle possibili soluzioni che l’autore prospetta. Non voglio privarvi della resilienza necessaria per affrontare la lettura di un libro per molti versi piacevole, ma anche ostico e duro, perché mette a nudo proprio ciò che non vorremmo sentirci mai dire e che ci invita a una maggiore responsabilità, prima di tutto verso noi stessi e quindi verso il mondo che abitiamo.

In fondo la sapienza che Trabucchi ci presenta è aggiornata alla società post-moderna occidentale, ma per molti versi è antica come il mondo. In questo sta la piacevole sorpresa che viene da un mondo – quello sportivo – che ci affascina per i suoi campioni cui tutto sembra facile, ma che necessita di almeno 10.000 ore di esercizio intenzionale per sviluppare quegli automatismi che tanto ci affascinano, frutto di predisposizioni ma soprattutto di resilienza nell’allenamento quotidiano.

 

Invito alla lettura

Per quanto sia vasta l’oscurità, dobbiamo procurarci da soli la nostra luce. (Stanley Kubrik)

Nella nostra società si registra oggi un evidente e progressivo indebolimento delle forze mentali e motivazionali degli individui […] La mia tesi è che la responsabilità della catastrofe psicologica (e, mi verrebbe da dire, anche morale) che stiamo vivendo oggi sia dovuta proprio a una serie fattori culturali. Questi fattori indeboliscono le risorse mentali che sono state fondamentali nella nostra evoluzione come specie. La più importante di queste risorse è nota con il nome di «resilienza».

Inseguendo il piacere di sentirsi capaci, gli ultramaratoneti e tutti gli altri epigoni della sfida con se stessi – esploratori, alpinisti, imprenditori, scienziati, artisti – hanno insegnato al proprio cervello a riempirsi da solo di dopamina. La dopamina, a sua volta, attiva le aree prefrontali, che aiutano le persone a tenere duro, a rimanere concentrati sull’obiettivo, a non sentire la sofferenza. E, poiché costoro finiscono per sentirsi bravi in tutto questo, in un perfetto circolo virtuoso, sono sempre più motivati ad allenare la loro resilienza. La caccia persistente – intesa come arte di imparare a inseguire un obiettivo nonostante ostacoli e difficoltà – non è solo una nozione antropologica: è il paradigma dell’esistenza umana.

Che occasione unica per reinventare il mondo. Grazie, crisi. (Jaques Séguéla)

Anno dopo anno, impari a spostare la sofferenza. Quello che è un anno è sofferenza, l’anno dopo è solo fatica. Hai maturato fisicamente ma soprattutto psicologicamente la capacità di accettare il disagio. (Roberto Guidoni)

La televisione è un farmaco per sospendere l’azione del cervello. Lo si usa, anche coscientemente, per sfuggire ai problemi. Una specie di Valium. (Hans Magnus Enzensberger, Il mago dei numeri)

I nostri pensieri e le nostre credenze sulla realtà non coincidono mai del tutto con gli eventi reali. Esiste sempre un margine di errore, un certo livello di distorsione. Quando l’errore diventa sistematico e notevoli la dimensioni della distorsione, ci troviamo in presenza di quelle che, in termini tecnici, vengono definite «deformazioni della valutazione cognitiva». Io preferisco chiamarli «auto-sabotatori», cioè modi di farsi del male da soli, […]sono infatti alla base di tutti quegli atteggiamenti che minano la resilienza individuale.

Charlotte Joko Beck ha scritto che «momento per momento siamo chiamati a decidere tra il mondo meraviglioso dentro la nostra testa e la realtà». Trovo questa frase assolutamente vera. L’unica cosa su cui non sono d’accordo è che il mondo dentro la nostra testa sia sempre meraviglioso […] Non c’è alcun dubbio che il groviglio di pensieri nella nostra scatola cranica eserciti una forza attrattiva enorme su ciascuno di noi: una forza tale da trascinarci in continuazione lontano da quello che accade nel presente.

Quando frequentavo le scuole medie ero quello che si definisce «un asino», ovvero un lazzarone […] Ora, a tanti anni di distanza, i miei dubbi sono diventate certezze suffragate da una serie di evidenze scientifiche: l’attività fisica non solo non danneggia od ostacola l’attività cerebrale, ma al contrario produce degli effetti positivi sul cervello. Non solo in termini di neuroplasticità, ma anche di miglioramento nelle funzioni cognitive e nell’apprendimento.

E’ amaro constatare che, culturalmente, siamo poco propensi a coltivare la forma più potente di motivazione (quindi anche quella più resiliente) a cui abbiamo accesso: l’automotivazione o motivazione intrinseca.