Limes_2_2011

"L'Italia dopo l'Italia" è il titolo del volume di LIMES (indice 2/2011) che ha voluto fare il punto sulla situazione geopolitica dell'Italia.

Il volume parte da una articolata ricerca condotta da Demos, l'isituto di ricerca di Ilvo Diamanti (www.demos.it) per la banca "Intesa sanpaolo", la seconda banca italiana. Nell'articolo (pp. 23-35) a cura di Luigi Ceccarini (docente di sociologia all'Università di Urbino) e Ilvo Diamanti si prospetta l'idea che l'Italia è unita e divisa al tempo stesso. Gli italiani si sentono di appartenere sia ad una dimensione locale (comunale, provinciale, regionale) che alla dimensione nazionale. Sintentizzando: ... e italiani, oppure: italiani e... «L'italia è fatta di tante città, regioni. Soprattutto città, segnate da storie importanti, ricche di cultura e tradizioni, profonde e radicate nel paesaggio e nell'architettura, nella cucina e nella cultura, nei dialetti. Troppe storie diverse e troppo importanti per essere riassunte (e sbiadite) in un'unica storia e in un'unica identità» (p. 26).

Segnalo un secondo contributo per il metodo utilizzato per sviscerare i problemi. E' quello di Bordignon-Ramella: "L'Italia di mezzo, cerniera rossa di un paese diviso".

Un terzo contributo che voglio segnalare - più specifico sulla coscienza nazionale - è quello di Manlio Graziano: "Lo stivale senza stringhe" (pp.253-261). L'autore è un italiano che insegna a Parigi geopolitica e geopolitica delle religioni all'università PAris IV - La Sorbonne. E' un articolo che offre una sintetica riflessione sulla stato unitario mostrando, volutamente senza dare giudizi morali, di capire come si è formata l'Italia in quanto nazione e come si sono comportati i principali attori di questo processo.

 Il riassunto iniziale recita così: «Il nostro è uno stato senza nazione. Con una debole coscienza patria e nessuna visione d'insieme. Le responsabilità storiche di una Chiesa cattolica antiunitaria, delle classi imprenditoriali e dirigenti, succedutesi alla guida di un paese incapace di fare da sé», ed è sintesi fedele dell'articolo, che ho sintetizzato qui di seguito.

Due sono le prassi che attraversano la coscienza civile del paese: la prima è un «anelito teorico a superare le divisioni e i particolarsimi per canalizzare le energie del paese verso grandi ambizioni collettive, verso il perseguimento di un interesse comune. Ma è anche - e fondamentantalmente - attraversata da una prassi di segno opposto: dalla prosaica gestione quotidiana di quelle stesse divisioni e particolarismi, all'ombra di una qualche protezione internazionale» (253-4). In altre parole la gestione del trasformismo.

«Nell'analisi dell'assenza delle grandi passioni collettive - se si vogliono evitare le insidie del moralismo, del vittimismo o, peggio, del razzismo - occorre legare tra loro i concetti di nazione e di interesse nazionale» (254).  Graziano intende la nazione come «condizione di unità d'intenti e di interessi attorno a cui si costruisce la presenza di un paese sull'arena internazionale» (255). Egli sostiene che l'Italia l 'ha avuto solo in tre occasioni, recentemente: nel 1935 quando ha attaccato l'etiopia, nel 1947, quando ha tentato di opporsi al trattato di pace, in vista del traguardo dell'euro (2001). «In questio tre casi, l'unità della classe dirigente è stata tale da trascinarsi dietro il consenso e, in forme diverse, l'adesione delle masse. Nel resto della storia del paese, non solo la classe dirigente non è mai stata unita, ma non è neppure esistita come tale: sono esistite tante classi dirigenti, ciascuna più o meno in grado di dirigere la propria azienda, il proprio settore, la propria città, la propria regione, in stato di cornico conflitto o di cronica indifferenza le une con le altre, ma sempre pronte, alcune, a congiungere momentaneamente i propri sforzi con alcune altre in vista del raggiungimento di qualche specifico e limitato scopo» (255).

Facendo partire la nascita della nazione verso la fine del Settento, Graziano sottolinea come «la coincidenza fra nascita della nazione e conquista del potere politico da parte della borghesia non può essere casuale» (255).  LA borghesia lombarda era da 2,5 a 3,5 volte maggiore, in proporzione nel 1800 (sotto Napoleone) di quando avvenne l'unità nel 1870. «Tuttavia, pur essendo la più numerosa, la più ricca e la più inmdustrializzata d'Italia, l a borghesia lombarda non si mise alla testa del processo di unificazione nazionale. Benché attratta dall'esempio francese, essa era minata da divisioni di vecchia data e dall'assenza di legami con un potere politico capace di rappresentarne direrttamente gli interessi. E soprattutto, i mercati con cui essa poteva intrattenere qualunque tipo di relazione si trovavano tutti a nord delle Alpi, e non a sud del Po» (255-6).

La borghesia nell'Ottocento non aveva una visione d'insieme: «Occorre sottrarsi alla tentazione della critica moralista. La borghesia dell'Ottocento mancava di questa visione d'insiem non per una deficenza morale, ma perché l'economia del paese era essenzialmente rurale e di poche, piccole e piccolissime industrie. La debole produttività, la frammentazione, l'isolamento e, spesso, il protezionismo, non l'hanno certo aiutata a librarsi al di sopra del proprio interesse individuale e corporativo; e, nel corso degli anni, queste stesse condizioni dipartenza hanno reso problematico il sorgere di gruppi grandi e autorevoli abbastanza da definire, per sé e per gli altri, i contorni dell'interesse generale. e classi politiche sorte su questa struttura, poi, l'hanno difesa e perpetuata, perpetuando così anche la mancanza di una visione d'insieme» (256).

Il non legame tra masse contadine e borghesia, come accadde in America nel 1773-76, non ha dato luogo al conivilgimento delle stesse masse contadine nella definzione della nazione. Esse vivenano nella campagne alla dipendenze di padroni che vivevanoin città mentre la chiesa, invece, era molto presente. «L'esperienza plurisecolare dei contadini italiani è di stretta contiguità con la hiesa, con i suoi uomini e le sue strutture, e di lasca dimestichezza con i proprietari, spesso in tutt'altre faccende affacendati e quindi inadempienti agli obblighi imposti dal legame feudale» (257). I contadini erano spesso, quindi, una forza conservatrice e controrivoluzionaria.

«Alla vigilia del 1961, i lombardi temevano che un'eventuale unione con il Piemonte li facesse uscire dall'orbita geopolitca dell'Europa centrale senza tuttavia emanciparli dallo status di minoranza politica. I piemontesi puntavano a un semplice ampliamento dinastico alle ricche regioni del nord» (258). Gli altri stati, a partire da quello della chiesa, cercavano semplicente di difendersi.

«La spedizione dei Mille, se non avesse goduto dellì'appoggio del re, della benevola distrazione del governo, delal compiacenza inglese, delal stanchezza del nemico, dell'accoglienza favorevole delle classi dominanti e delle mafie locali,, non avrebbe conosciuto un esito differente da quelle, gloriose ma sfortunate, del Gianicolo, dell'Aspromonte o di Mentana  La rottura storica che portò all'integrazione delle diverse parti delal penisolafi provocata da un concorso straordinario di circostanze andate ben oltre le aspettative di chiunque. Quando l'allenaza militare con il Piemonte - voluta da Napoleone III per ragioni di rivalità plurisecolare tra France e Impero - ebbe provocato il risultato non voluto dell'insurrezione in Italia entrale ein Sicilia, la Gran Bretagna mutò la sua prudenza iniziale in appoggio senza riserve all'unificazione, intuendo nel peso geopolitico di uno Stato italiano un'ingombrante presenza da gettare tra i piedi delle ambizioni meditarranee di Parigi, senza tuttavia costituire alcun fastidio per la flotta di sua maestà» (258-9).

La specificità dell'Italia non risiede tanto nell'origine internazionale, e neanche ne trasformismo, quanto«quella di aver sempre dipeso, fin dalla sua nascita, dalle relazioni tra le grandi potenze e - qui sta il vero peccato originale - di aver spesso finto di non poter fare da sé» (259).

Abbiamo avuto pochi governanti come Cavour. «Cavour è stato uno dei pochi - il più famoso ma anche il più fortunato - tra i dirigenti peninsulari ad aver preso la misura della sproporzione tra il peso specficio dell'Italia e quello delle grandi potenze, e ad avervi applicato l'aurea norma hegeliana  secondo cui la libertà risiede nella coscienza dellanecessità. In altri termmini, è l'esatta misura dei limiti interni e internazionali entro cui si svolgevano le vicende italiane che ha permesso a Cavour di trarne vantaggio. Ma quando si parla di necessità, cioè di vincoli imprescindibili, bisogna prenderli in considerazione tutti. Il radicamento della chiesa antinazionale tra le masse contadine; la vocazione mitteleuropea della borghesia lombarda; l'estraneità del Piemonte a tutta la storia italiana anteriore sono tre vincoli della più grande importanza, se si vuole penetrare il mistero della debole coscienza nazionale degli italiani. Ma un altro vincolo fondamentale è quello che ha precluso da subito all'Italia la via della neutralità: troppo grande per non essere coinvolta nella lotta politica internazionale e troppo piccola per potervi partecipare da protagonista» (259-60).

Chi non ha saputo seguire questa sapiente politica, come Crispi e Mussolini, che hanno fatto di una politica di potenza una politica alla ricerca dell'interesse nazionale e non viceversa, sono andati incontro a disastri notevoli che abbiamo pagato caro.

La vicenda dell'ingresso prima in Europa e poi nell'euro, ha visto lo scambio di grosse fette della sovranità nazionale con l'impegno in «33 missioni, distribuite su 23 paesi, per un toitale di 9-295 soldati impegnati (circa il 9% di tutti gli effettivi dell'esercito)» (261). L'ingresso nell'euro ha significato per l'Italia di non poter contare più sulla svalutazione competitiva della propria moneta - la lira - come arma per rimanere competitivi nella globalizzazione che avanza. Da allora in poi «l'Italia ha camminato a ritroso verso Strapaese. Anziché aprire gli occhi al mondo esterno, si è raggomitolata sulle sue beghe di campanile, una specificità ridondante della vita politica peninsulare. Quando la guerra del Golfo del 2003, il referendum francese del 2005 e la crisi del 2008 hanno tagliato le gambe allo slancio ascendente dell'Europa, l'Italia si è ritrovata sola davanti allo specchio delle proprie congenite pratiche trasformistiche. E se i terremoti internazionali in corso continueranno ad erodere le basi su cui poggia la costruzione europea, il trasformismo e Strapaese, ben presto, non basteranno più» (261).