Altan

 

Sembra abbastanza facile rilevare che la coscienza civile degli italiani sia particolarmente originale rispetto a quella dei principali popoli europei. Geni individualistici con poco senso dello stato, potremmo dire sinteticamente. O almeno questa è la vulgata che passa nella cultura popolare.

Carlo Tullio Altan, antropologo (1916-2005), padre del vignettista Altan autore di Cipputi e della Pimpa, ha dedicato gli ultimi anni della sua vita ad indagare la coscienza civile degli italiani. I suoi sette libri (vedi alla fine dell'articolo) dedicati a questo tema ci mostrano la complessità della nostra coscienza civile, la sua nascita storica e il suo evolversi fino ai giorni nostri. In Gli Italiani in Europa, Altan propone una sistematizzazione della coscienza civile in cinque dimensioni simboliche dei valori: epos, ethos,  logos, genos, topos-oikos (pp. 12-13). Cito:

EPOS Il primo di questi dati che si trasfigurano in valori identitari è l'elemento della memoria storica, e cioè il ricordo, nei membri di un popolo, dei comuni eventi passati; memoria che, trasfigurata in simbolo di valore, invita alla celebrazione delle proprie origini, e assume così la forma dell'epos.

ETHOS Il secondo è quello delle norme di convivenza che regolano i rapporti fra i singoli e i gruppi, il funzionamento delle istituzioni sociali e politiche, e in generale la vita civile e religiosa di un popolo, il cui insieme, trasfigurato in valore simbolico, dà vita al suo ethos.

LOGOS Il terzo è quello del comune linguaggio attraverso il quale i membri di una società comunicano tra loro e che, a sua volta, trasfigurato in valore – pensiamo alla koiné dei Greci – è uno degli elementi simbolici di maggiore efficacia aggregante, il logos.

GENOS Il quarto, anch'esso con grande capacità di coesione, nel bene e nel male, è l'insieme dei rapporti di parentela, di lignaggio e di stirpe, il genos.

TOPOS – OIKOS L'ultimo, ma non ultimo, è il territorio nel quale vive il gruppo sociale, la terra madre, la cui integrità va difesa dagli abitanti col proprio sangue, elemento che potremmo chiamare topos o, se si vuole sottolineare il suo nesso vitale con il gruppo che lo trasforma a proprio vantaggio col suo lavoro, potremmo definirlo anche oikos, la «domesticità utilizzabile» naturale, per usare un termine di Ernesto De Martino.

Altan propone il sistema feudale come nucleo originario del patto civile degli stati nazionali europei (pp. 25ss).

«La pratica rituale della commendatio, o affidamento, definisce sul piano formale il nucleo del nuovo ordine che si venne creando gradualmente nell'Europa post romana, a partire dalla seconda metà del I millennio d.C.: il feudo. Essa sancisce un patto religiosamente ed eticamente sanzionato attraverso un rito fra un soggetto, il miles (il cavaliere, il signore, alla testa di un gruppo più o meno numeroso di suoi fedeli militari di stirpe germanica, e convertito alla fede cristiana) e i componenti di una comunità contadina, un insieme di mansi, di stirpe latina o meno. In forza di questo patto il signore garantisce ai suoi soggetti tutela, protezione e giustizia, in cambio del giuramento di fedeltà nei suoi confronti e del versamento di un contributo per il mantenimento suo e dei suoi uomini. E' appunto in questo modo che prende vita l'istituto del feudo.

Di tutt'altro genere erano i principi di valore su cui si fondava l'ordine feudale imperiale nell'Europa di fine millennio. Più che riguardare la dimensione istituzionale, come referente primario dei valori sociali, esso si esprimeva sul piano dei rapporti personali fra dominanti e dominati, fra signori e sudditi. Questi rapporti – che si fondavano sull'istituto già ricordato della commendatio – avevano trovato, nella seconda metà dell'VIII secolo, una sanzione simbolica specifica nel rito dell'«omaggio feudale» che consisteva nell'offrire al signore le proprie mani giunte e poi un bacio sulla bocca, atto attraverso il quale il suddito si faceva «uomo di bocca e di mano» del suo signore, cui doveva da quel momento assoluta fedeltà e dipendenza, in cambio di sicurezza e protezione.

Il sistema imperiale feudale aveva quindi un carattere assai meno strutturato e istituzionalizzato di quello imperiale romano, e fondava la sua unità, quanto mai labile, sulla rete di rapporti personalizzati fra signori e vassalli, caratterizzati essenzialmente dal primato dei valori simbolici della fedeltà e della lealtà. Questi valori erano il risultato di una sintesi fra quelli derivati dalla tradizione ancestrale delle tribù germaniche e quelli elaborati dall'etica religiosa cristiana. Appartenevano ai primi la virtù del coraggio militare nell'esercizio della guerra, per la quale la figura del capo militare era la personificazione esemplare del detentore del potere, e il peso specifico centrale del genos, sul quale si basava il principio dinastico legittimo di trasmissione dei poteri signorili. Appartenevano invece all'orizzonte dei valori cristiani, in conseguenza dell'avvenuta evangelizzazione delle tribù, la carità e la pietà per gli umili e gli indifesi, e la solidarietà fra gli uomini nel nome del Signore.

Tutto questo (inizio della borghesia e del commercio dopo il 1000) poneva le premesse per il successivo sviluppo del futuro stato di diritto, in luogo di quello feudale fondato su consuetudini e rapporti personalizzati fra detentori del potere e sudditi.

La necessità dei sovrani di ottenere dai propri sudditi un contributo finanziario crescente, reso possibile dal loro arricchimento personale, e la necessità della nuova borghesia urbana di vedere difese le proprie attività economiche dalle pretese dei signori feudali e dalla concorrenza di operatori esterni ai confini dello stato trovarono un punto d'incontro in un patto d'alleanza fra le due parti, stato e operatorie economici, al fine di soddisfare congiuntamente queste esigenze complementari. Fu questa la base sulla quale si costruì in Europa l'edificio dei nuovi stati assoluti».

In Italia il feudalesimo ebbe invece vita diversa (pp. 150ss).

«Su questo humus si era sviluppato il feudalesimo autentico, e da esso erano stati alimentati i valori che costituirono il cuore della morale cavalleresca, cioè l'etica della fedeltà al signore e della reciproca lealtà, nel comune rispetto dei nuovi principi della religione cristiana.

Alle spalle delle popolazioni latine della penisola, tuttavia, c'era ben altra storia: la storia millenaria di una civiltà altissima, che per varie e complesse ragioni non aveva saputo resistere all'urto delle nuove forze sociali degli invasori, dotate di una carica di aggressività ormai lontana dallo spirito delle raffinate popolazioni latine e latinizzate dell'Europa sud-occidentale, use più alla complessa e sofisticata mediazione dell'economia e della politica, che non alla pratica diretta delle armi, affidata sovente alle stesse popolazioni dei potenti invasori. Una realtà culturale che non era però del tutto scomparsa e che in parte era stata assimilata dalla stessa istituzione della chiesa.

Il panorama generale dell'Italia alle origini del feudalesimo europeo appariva quindi tutt'altro che omogeneo sotto il profilo culturale. Elementi consistenti dell'ordine feudale, inteso in senso proprio, si produssero infatti solo nelle zone settentrionali subalpine della penisola, come ad esempio in Friuli ad oriente, con il Patriarcato di Aquileia, signoria feudale ecclesiastica, e come in Piemonte ad occidente, con la contea (più tardi ducato) di Savoia.

Nel resto del territorio, invece, del feudalesimo si adottarono per imitazione solo taluni aspetti esteriori, relativi alla proprietà fondiaria e alla successione ereditaria delle terre, dopo che il feudo era divenuto, anche negli altri paesi del centro-nord, trasmissibile per via ereditaria, ciò che non era stato alle origini. In realtà in Italia la proprietà allodiale delle terre e l'istituto dei latifondi indipendenti dalla loro funzione di beneficio feudale ottenuto quale compenso per il servizio reso a un signore, rimase sempre la regola e non l'eccezione. Ma soprattutto, ed è quello che più importa rilevare qui, a questo assetto socioeconomico rimase del tutto estraneo l'universo di valori di servizio, di lealtà, di rispetto dei principi morali cristiani che l'etica feudale, nelle sue forme autentiche, comportava. Troppo varia era stata la storia delle singole realtà regionali, caratterizzata dal coesistere di residui dell'ordine romano, dell'ordine bizantino, di quello introdotto dall'invasione araba, e soprattutto dalla presenza del potere temporale della chiesa, perché l'egemonia culturale del feudalesimo potesse mettervi salde radici.

I singoli potentati signorili, impegnati nella competizione per la conquista della corona imperiale, ebbero modo di «costruire», nel corso dei secoli, la loro coscienza identitaria nei modi che si sono descritti. Le principali nazioni europee che emersero in primo piano nella loro configurazione caratteristica si sono originariamente prodotte in questo processo di autoaffermazione attraverso il conflitto per il primato in Europa.

L'Italia scelse invece a quel  punto, e cioè nel primo e secondo secolo del secondo millennio, una strada tutta sua e originale. Proprio giovandosi della carenza di solidi, diffusi e paralizzanti vincoli politici ed etico-sociali di tipo feudale, alcune città rivierasche italiane, quali le libere repubbliche di Venezia, Genova, Pisa e Amalfi, misero a frutto la straordinaria collocazione della nostra penisola con tutte le sue diversità, contraddizioni rischi e conflitti. Esse attivarono infatti un intenso scambio di beni fra le sponde meridionali del continente europeo, che in quella fase aveva iniziato un graduale processo di sviluppo della propria economia, e le sponde occidentali di quello asiatico mediorientale. Le città marinare fecero così della debolezza del paese sul piano dell'organizzazione del potere pubblico una ragione della propria forza su piano dell'economia cittadina, con decisive ricadute positive su molteplici città dell'entroterra, che facevano loro capo e che divennero rapidamente centri attivi nella manifattura, nel commercio e nella finanza. Posta al centro del Mediterraneo, come un ponte tra Occidente e vicino Oriente, l'Italia, in queste circostanze, si candidava al meglio a fungere da fattore attivo di promozione e di sollecitazione del nuovo flusso di ricchezza, anche in ragione di quanto vi era conservato del patrimonio culturale del sapere classico. Essa era stata dunque in condizione di mediare questo processo a vantaggio di tutti i popoli interessati nel rapporto di scambio, ben oltre i confini strettamente continentali, e si trovò così a procedere su questo terreno di oltre un secolo tutti gli altri popolo d'Europa.

(L'umanesimo e il rinascimento) ebbero ben poco effetto a suo tempo nel contribuire alla maturazione di quello spirito civico nazionale unitario ante litteram che avrebbe dovuto allora iniziare a prodursi nella penisola italiana, come accadde in altri paesi europei come la Francia, l'Inghilterra e i Paesi Bassi.

Il fattore politico che, nonostante tutti gli elementi positivi ricordati più sopra, è stato di certo il più concreto e incisivo nell'impedire agli abitanti della penisola di trarre stabilmente tutte le conseguenze favorevoli alla costituzione di un comune principio di identità nazionale fu la presenza in Italia della sede centrale di un'istituzione, la chiesa cattolica, il cui peso etico-politico era a quel tempo incalcolabile. E questo per il fatto che la sua azione di evangelizzazione era stata determinante, fin dall'origine, nel processo di formazione del nuovo tessuto politico-sociale feudale europeo. A ciò si era aggiunto il fatto che questa istituzione, specificamente religiosa, aveva assunto essa stessa la forma di uno stato, a partire dalla donazione al papato del feudo di Sutri nel 728, e aveva continuato ad esercitare una grande influenza nel contesto delle nuove monarchie europee.

Se guardiamo a che cosa avveniva nella vita interna degli stessi comuni secondo le cronache contemporanee del Villani o del Compagni, l'impressione che ne ricaviamo è ben diversa da quella che ce ne offre l'agiografia nazionalitaria.

Lo spettacolo che tali cronache ci presentano è quello di un insieme di famiglie, preminenti per risorse e clientele, sole o riunite fra di loro in fazioni, orientate alla conquista con ogni mezzo del predominio nella città. Queste comunità si sono date certamente degli statuti di conivenza, utilizzando le raffinate competenze giuridiche degli esperti dello Studio di Bologna, depositari e gestori del sapere giuridico classico romano, ma le vicende che caratterizzano la storia di questi comuni è significativa nel testimoniare quanto poco lo spirito di tali statuti venisse rispettato.

Le città italiane dell'entro terra, che erano rinate con quel rifiorire dell'economia europea di cui furono elementi essenziali, e che si erano effettivamente date statuti basati su assemblee composte dalla totalità dei liberi cittadini, passarono attraverso una serie di fasi. Nella prima le assemblee eleggevano dei consoli pro tempore, assistiti da consigli anch'essi elettivi, cui erano affidati i poteri di governo della città (fase consolare). Da questa fase, nella quale la vita cittadina rivelò chiaramente la scarsa predisposizione collettiva a una pacifica e responsabile convivenza dei singoli e dei gruppi, si passò al ricorso a un «podestà», generalmente chiamato da fuori e pertanto al di sopra delle parti (periodo podestarile). Ma nemmeno questo cambiamento fu sufficiente a contrastare il furore delle fazioni interne e i conflitti crescenti, non solo fra i singoli gruppi parentali e i loro accoliti, ma anche fra strati sociali più o meno privilegiati, che si vennero formando in ragione dello sviluppo della produzione manifatturiera e mercantile (periodo delle Arti).

Il problema finì col trovare una «soluzione» nella rinuncia delle città ad ogni parvenza di libera rappresentanza degli interessi cittadini tramite le assemblee e loro organi statutari, e il potere cadde nelle mani di quelle famiglie signorili che avevano dimostrato maggiori capacità di imporsi con ogni mezzo, lecito e illecito, su tutte le altre. In tal modo nacquero le signorie che dominarono la vita pubblica del centro-nord del paese a partire dal XV secolo, ed estesero il loro potere ben oltre i limiti di una sola città, fino a raggiungere dimensioni regionali, affiancandosi alle più antiche repubbliche marinare come Venezia e Genova, governate già da secoli dalle loro oligarchie,e ai domini della chiesa, mentre le regioni meridionali finirono bene presto sotto il controllo di dinastie straniere, francesi o spagnole.

Tutto questo non si può comprendere appieno se non si tiene conto di quale fosse l'ethos che guidava i comportamenti pubblici e privati degli abitanti della penisola in quella fase della loro storia. Le fonti certamente non fanno difetto in proposito. Anzi, abbondano, perché la memorialistica del tempo, gli archivi notarili recentemente studiati, i testi di autori come Machiavelli, Guicciardini, Castiglione e Monsignor Della Casa, le opere della novellistica e le raccolte di proverbi popolari delle regioni italiane sono sotto questo profilo una sorgente quanto mai ricca di informazioni.

Fra questi documenti il testo più illuminante e ricco – e mi pare opportuno a questo punto soffermarmi su di esso un po' più a lungo, data la sua rilevanza – mi sembra quello pubblicato da Leon Battista Alberti nel 1443, con il titolo di Libri della famiglia, che raccoglie una serie di scritti precedenti dell'autore. L'Alberti (1404-1472) rappresenta di certo una delle personalità esemplari del secolo d'oro della civiltà italiana e il suo libro si propone come una testimonianza di prima mano sulla mentalità dell'élite sociale del tempo. Leon Battista Alberti, infatti, appartenne ad una famiglia di mercanti e finanziaeri assai facoltosa e potente nella città di Firenze, con molteplici relazioni d'affari con il resto dei paesi d'Europa e del vicino Oriente, e al tempo stesso fu una delle menti più illuminate della cultura umanistica e dell'arte rinascimentale.

Nell'opera in questione l'Alberti appare come il teorico della «masserizia», e cioè dell'arte di gestire la famiglia mercantile, realtà nella quale convivono strettamente intrecciati, accanto alla rete dei rapporti primari e affettivi, gli interessi dell'azienda, nel contesto della comunità cittadina. In tale contesto la famiglia albertiana appare, come osservano Ruggiero Romano e Alberto Tenenti, storici e curatori del volume, «come una cellula chiusa, un microrganismo, un fattore aristocratico, la cui azione è fine a se stessa. Non si scorge mai, assolutamente mai, nell'opera di Leon Battista, un "grappolo" di famiglie, che giungano a formare una civitas, una società […] la famiglia albertiana è un ambito racchiuso in sé; è essa stessa una società, ma chiusa, isolata, impermeabile».

«Da natura l'amore, la pietà a me fa più cara la famiglia che cosa alcuna», dice l'Alberti per bocca di Giannozzo, il personaggio del suo dialogo familiare che figura come il più anziano e l'esperto. «E per reggere la famiglia si cerca la roba; e per conservare la famiglia e la  roba si vogliono amici, co' quali ti consigli, i quali t'aiutino a sostenere e fuggire avverse fortune; e per avere con gli amici frutto della roba, della famiglia e dell'amicizia, si convene attenere qualche onestanza e onorata autorità». La gerarchia di valori è qui ben precisa: al vertice la famiglia, come valore assoluto di riferimento, seguita dall'azienda e poi dagli amici/clienti. La città e la politica vengono in considerazione solo in quanto possono giovare a questo insieme gerarchicamente ordinato di valori.

La vita politica è definita modestissima e piena di sospetti, di fatiche e di servitù.

Il solo motivo quindi per partecipare alla gestione della comunità è quello di poter arrivare, con la frode o con la violenza, a ricavarne vantaggi per la gestione dell'azienda-famiglia, sostituto esclusivo della società.

Alla radice di questa filosofia sta una concezione rigidamente utilitaristica: «Tanto siamo quasi da natura tutti proclivi e inclinati all'utile che per trarre ad altrui (estorcere agli altri) e conservare a noi, dotti (istruiti) credo dalla natura, sappiamo e simulare benevolenza, e fuggire amicizia quando ci attaglia (conviene)».

L'istituto nel quale si  accentra ogni valore, secondo una tale visione del mondo, è pertanto la famiglia allargata, con l'appendice puramente strumentale, e non affettivamente connotata delle amicizie utili. La società esterna e i doveri civile che essa induce sono in questa prospettiva radicalmente squalificati. Tutto questo dà corpo ad un insieme di modelli culturali di comportamento incompatibili con una società che non sia una società di fazioni, e comporta l'esclusione di ogni senso di corresponsabilizzazione sociale.

L'uomo che esponeva queste idee non era – ricordiamolo bene – uno sprovveduto mercante di villaggio, o un panflettista in vena di paradossi e provocazioni, ma uno dei più colti e dei più illustri personaggi della cultura alta del suo tempo, quando l'Italia era maestra di civiltà in tutta Europa. Orbene in questo contesto non compaiono minimamente né i valori cristiani di carità e solidarietà, né quelli di reciproca fedeltà sui quali si reggeva la società feudale, né quelli che si esprimevano nel senso dello stato e che stavano maturando e consolidandosi nelle monarchie assolute del tempo, poiché a tali esperienze storiche gli abitanti della penisola non avevano partecipato che in minima parte.

Nonostante una tale carenza, non si è data né in Europa né altrove – salvo che nella Grecia classica – un'epoca e un paese nel quale si sia prodotta una tale fioritura nel campo dell'arte e della letteratura, del pensiero filosofico e scientifico, come nell'Italia dell'Umanesimo e del Rinascimento. E nella quale abbia operato un numero così consistente di personaggi a tutto tondo, dotati di una fantasia creatrice e di una volontà spesso feroce di autoaffermazione.

Le ragioni di un tale fenomeno sono molte. Da un lato ci hanno concorso in larga misura i lasciti del passato: i monumenti e le opere d'arte e il patrimonio archivistico conservato nei monasteri. Ciò che di profondamente innovativo venne ricavato da questo patrimonio passato si dovette alla situazione creata in quell'epoca in Italia dallo straordinario sviluppo economico e sociale che vi si produsse, che offriva opportunità e possibilità inedite alla genialità creatrice stimolata ed ispirata dalla lezione della classicità. Questo diede luogo alla nascita di una classe di intellettuali che prese gradatamente le distanze dal monopolio ecclesiastico del sapere.

La diffusa mancanza di senso civico fu lo spazio che i singoli individui e l'istituzione ad essi più prossima, la famiglia, conservarono nella società, in opposizione a quella nuova società borghese che si andava formando altrove, sulla base di un rinegoziato patto di alleanza fra  le borghesie cittadine e la corona, via via che si consumava il superamento del sistema feudale.

I nuovi detentori del potere signorile nell'Italia si affermarono pertanto sulla base delle proprie capacità personali, fondate sul denaro o sulla violenza delle armi, imponendosi con la forza sui singoli e sulle famiglie, degradati al rango passivo di sudditi. E fra i detentori del potere e i loro subordinati non vi era che il vuoto sociale. Si trattava dunque di una società fragilissima, in quanto totalmente priva di quel consenso fra governanti e governati dal quale dipende la possibilità di un equilibrio che garantisca, al contempo, una libera autotrasformazione e un'adeguata condizione di sicurezza.

A favorire questo negativo stato di cose contribuivano l'esistenza in Italia dello stato «specialissimo» della chiesa di Roma e la sua politica nei confronti dell'impero. La lotta secolare per le investiture aveva fatto prevalere il momento politico su quello pastorale negli interessi della curia vaticana, e il crescente bisogno di risorse materiali che questa scelta comportava aveva dato luogo al mercato delle indulgenze, spinto a un punto tale da degradare gravemente l'immagine dell'istituzione e da destare la reazione negativa dei settori più sensibili del mondo cristiano, tanto in Italia (Savonarola) quanto e soprattutto nei paesi europei meno direttamente esposti alla pressione del papato romano. Questo eccesso di politicizzazione dell'azione vaticana- che avrebbe portato ben presto alla crisi epocale della riforma – aveva agito negativamente anche sul piano della costituenda coscienza unitaria italiana, introducendo nelle realtà locali, già di per sé carenti di valori sociali aggreganti, un ulteriore e potente  elemento di disintegrazione, provocando la divisione tra le fazioni dei guelfi e dei ghibellini nelle precarie comunità cittadine».

 

La nostra Italia, Clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'unità al 2000, EGEA 2000

Gli Italiani in Europa. Profilo storico comparato delle identità nazionali europee, Il Mulino 1999

La coscienza degli italiani, Einaudi scuola 1999

La cosceinza civile degli italiani. Valori e disvalori. L'Italia di tangentopoli e la crisi del sistema partitico, Gaspari 1997

Italia: una società senza religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta, Gaspari 1995

Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane, Feltrinelli 1989

La nostra Italia. Arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'Unità ad oggi, Feltrinelli 1986