coscienza civile

 

Rocco D’Ambrosio (ed.), Corruptia. Il malaffare in un Comune Italiano, Edizioni la meridiana, Molfetta (BA), 2014, pp. 80, euro 14,50.

Rocco D’Ambrosio, sacerdote di Bari, è ordinario di Filosofia politica presso la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana e insegna Etica della Pubblica Amministrazione presso la Scuola Superiore dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno.

I sei coautori sono Viceprefetti in carica con una consistente esperienza della loro funzione in varie città italiane con anche partecipazione a commissariamenti di alcuni comuni.

La tesi del libro è così sintetizzabile con le parole dell’autore:

«In sostanza non è l’occasione che fa l’uomo ladro, bensì la fragilità della struttura etica della persona come della società, e di tutte le sue componenti, che favorisce la corruzione. La lotta alla corruzione, pertanto, nasce dal vigore morale dei cittadini e le leggi possono agevolare questo cammino, ma mai nessuna legge potrà sostituirsi ad essi nel desiderio e nella volontà di avere una società eticamente sana» (p. 25)

Corruptia è il nome fittizio di un comune italiano utilizzato come caso di studio nel contesto del XXVI Corso di formazione dirigenziale per l’accesso alla qualifica di Viceprefetto della Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno di Roma.

L’agile volumetto è una valutazione etico-politica di come si agisce e si dovrebbe agire in sei settori particolarmente significativi dell’attività di un normale comune italiano: settore finanziario, ambientale, sicurezza urbana, Pubblica Amministrazione e controlli, urbanistico, cultura e sport.

Vengono presentati casi concreti di corruzione e illegalità resi non riconoscibili, valutate dal punto di vista giuridico le conseguenze penali e non, data una valutazione dal punto di vista etico-politico. Infatti non sempre quello che è legale è anche lecito dal punto di vista etico.

Il volume vuole aiutare tutti i cittadini, non solo gli addetti ai lavori, in quanto emerge che è proprio la mancanza di interesse e di controllo da parte della cittadinanza nei confronti dei propri amministratori ciò che permette l’insorgere e poi il dilagare della corruzione, dell’illegalità.

Se da una parte c’è una consistente voglia da parte di alcuni amministratori della cosa pubblica di essere più interessati alla ricerca di un bene personale, prima di tutti soldi, ma anche potere d’influenza, riconoscimento politico, consenso elettorale, più che del bene comune, dall’altra c’è anche un disinteresse diffuso e una omertà, a fronte di situazioni conosciute e non denunciate, da parte dei cittadini e dei livelli tecnici di un comune.

C’è una specie di patto non scritto tra cittadini e amministratori che si potrebbe così descrivere: voi amministratori fate come volete, purché soddisfacciate i nostri desiderata di cittadini: pulizia, decoro, servizi efficienti, benefici, nascondimento del disagio sociale, ecc.

I casi descritti vedono come alcuni atteggiamenti iniziali di semplice riorganizzazione amministrativa, l’esternalizzazione di alcuni servizi, il venir meno di alcune funzioni controllo, di per sé legittimi, allentino le maglie della legalità. Questo lascia spazio alla discrezionalità che in breve, sotto la spinta di emergenze sociali e politiche, sfocia nel non rispetto delle coperture dei bilanci, coinvolge in comportamenti non legali funzionari che non possono o non riescono a difendere la legalità del proprio ruolo di controllori, e così via.

Il quadro che ne emerge, che chiaramente è focalizzato sulle disfunzioni per poterle riconoscere e prevenire, mostra come sia necessaria una continua e costante vigilanza da parte di tutti, amministratori e cittadini anche associati, sul buon funzionamento economico e di indirizzo politico delle scelte di una giunta e di un consiglio comunale.

E’ nei meccanismi di gestione che si annida il cavillo che permette il comparire dell’illegalità e della corruzione. Da questo punto di vista il fenomeno è metaforicamente presentato proprio come un cancro, che a volte si manifesta con dei sintomi chiari e che quindi può essere contrastato con le cure del caso, in altri casi si tiene nascosta, è asintomatico, fino a quando si manifesta con virulenza e non può più essere combattuto efficacemente. In tutti i casi vale il detto: prevenire è meglio che curare, e occorre farlo con competenza e grande senso civico. La politica è scelta e non sempre è sufficientemente chiaro quale sia il bene comune da perseguire, ma quasi sempre è chiaro il discrimine tra bene personale e bene comune, come è bene evidenziato nei paragrafi finali di valutazione etica dei sei settori presi in considerazione come esempi paradigmatici.

La lettura del volumetto ci introduce nei meandri della Pubblica Amministrazione là dove la presenza di consistenti trasferimenti di denaro dal pubblico ai privati, in servizi, appalti, sostegni sociali, sponsorizzazioni, ecc., se non attuati nella piena trasparenza e il rispetto della legalità e dell’eticità, sono il terreno fecondo per l’insidiarsi e l’insediarsi di comportamenti illeciti, omertosi e non etici, che fanno dell’Italia il paese tra i più corrotti dell’Occidente.

Rocco D’Ambrosio (www.rocda.it) promuove anche una associazione Cercasi un fine (www.cercasiunfine.it) che si occupa di formazione alla buona politica.

 

Invito alla lettura

Si può ritenere che il reato del dipendente pubblico sia frutto di un percorso i cui primi passi non si pongono nell’ambito della violazione delle norme scritte, bensì in quell’ambito di violazioni dei principi etici che sono a fondamento delle leggi. […] Il primo passo della corruzione degli onesti può essere, infatti, il mobbing del sistema politico amministrativo […] In Corruptia il primo passo del responsabile del settore economico-finanziario verso il baratro etico è stata la perdita del senso profondo del proprio ruolo, la rinuncia la proprio servizio alla società, in cambio del quieto vivere. Sostanzialmente si è trattato di un’omissione non di atti ma della ragione stessa del proprio essere funzionario. (p. 22)

Iniziato questo percorso, caduti gli argini morali alla corruzione con la vendita della propria identità di funzionario pubblico, i passi successivi sono naturali e la velocità degli stessi dipende sostanzialmente dal consolidamento della corruzione intorno al funzionario. La corruzione, infatti, esige sempre maggiore collusione, da cui è sempre più difficile liberarsi quanto maggiori nella quantità e più gravi nella qualità sono gli atti in cui il funzionario ha deviato dalla norma. In assenza di argini morali, peraltro, è sempre facile e razionale scendere ogni gradino della deriva morale, per coprire ciò che è avvenuto nel gradino precedente, perché il sistema di corruzione fa percepire la normalità di tale sistema, peraltro spesso impunito. (p. 23)

Sebbene possa apparire strano che l’argine fondamentale alla corruzione sia quello morale e non quello normativo, l’esattezza di questo assunto è dimostrato dal famoso caso dei divieti di sosta al palazzo delle Nazioni Unite e New York, di cui parla Vannucci. L’autore spiega come nei pressi della sede dell’istituzione internazionale, pur in presenza di esenzione dalla sanzione, le norme del Codice della strada venivano rispettate dai diplomatici dei Paesi in cui vi è minore corruzione mentre non venivano rispettate dai diplomatici dei Paesi di maggiore corruzione. Pertanto non è la sanzione a determinare comportamenti virtuosi. In altri termini, come insegna la tradizione classica, è il comportamento (èthos) che fonda e genera la legge (nomos) e non viceversa. […] E’ sempre e solamente l’educazione (l’aristotelica paidèia) l’artefice di un nuovo comportamento (èthos). Non si promulga una nuova legge per educare i cittadini a un nuovo comportamento (èthos), ma si educano cittadini e governanti alle virtù e queste porteranno ad una nuova legge e al rispetto di quelle vigenti. (p. 24)

 

 

Riccardo Gallo, Torniamo a industriarci. A novant’anni dalla “grande crisi”, Guida Editori, Napoli 2016, euro 10,00, pp. 103

Che fanno gli imprenditori?

 

L’autore è stato professore, opinionista, ha partecipato a vario titolo in diversi governi della Repubblica, ha risanato aziende. (per maggiori dettagli vedi, se vuoi, https://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Gallo_(professore))

Ha voluto far uscire questo pamphlet per l’elezione del nuovo presidente di Confindustria, affinché Vincenzo Boccia si facesse promotore di un chiarimento radicale e definitivo su dove metter mano per ripartire subito, per evitare di chiedere tutto al Governo, sapendo bene quanto questo non sia possibile, ma ponesse delle scelte praticabili di politica industriale da perseguire nei prossimi anni.

Forte della propria variegata esperienza e della propria competenza di studioso, Gallo afferma che la crisi della produttività in Italia si è accentuata nel 1998 e solo nel 2014 ha visto un piccolo cambiamento di tendenza.

La causa principale è stata la riduzione degli investimenti in nuovi macchinari, lasciando invecchiare i mezzi di produzione. Le risorse generate e non reimpiegate nello sviluppo hanno remunerato gli azionisti e sono servite a ridurre l'indebitamento verso le banche. L'origine del processo viene qui ricondotta ad una forte riduzione della propensione degli imprenditori a intraprendere in un clima di elevata incertezza politica e sociale causata dal venir meno, uno dopo l'altro, di tutti gli strumenti di intervento pubblico diretto in economia, cui essi erano stati abituati, e per l'impossibilità con l'euro a svalutare.

La richiesta al mondo imprenditoriale è quella di tornare ad avere il coraggio, normale in un imprenditore, ad assumersi il rischio d’impresa, per tornare a investire innovando, quando il mercato globale richiede più coraggio e inventiva, risorse tipiche di noi italiani, nonostante la mancanza di una politica industriale che delinei un futuro credibile per l’Italia.

Nelle conclusioni Gallo riepiloga l’analisi e fa delle proposte concrete per favorire una migliore capacità di intraprendere: il contesto regolamentare dovrebbe essere reso più favorevole alla crescita economica, il Parlamento dovrebbe accertare perché le tariffe di reti e servizi sono tanto alte e sproporzionatamente remunerative per le società che le gestiscono, riconsiderare l’aspetto istituzionale delle autorità di regolazione del mercato dei servizi, migliorare la misura del cosiddetto superammortamento, che il presidente di Confindustria Boccia dica pubblicamente quale è la priorità ragionevole prioritaria affinché le imprese sviluppino le loro potenzialità per investire nelle enormi potenzialità del mercato globale.

L’autore ha un punto di vista originale e personale sulla industria italiana e ha chiare idee su come procedere oggi. Il volume è per questo motivo interessante da leggere, perché invita a riflettere sulla storia passata in modo puntuale e, da qui, fare scelte con i piedi per terra. Gallo ha uno stile diretto e preciso, che aiuta nella lettura, perché espone i vari punti di vista e prende posizione su ciascuno di essi.

E’ importante per i mondi associativi e sociali partecipare a questo dibattito, perché il futuro dell’Italia dipende soprattutto dalla capacità di rinnovare la nostra industria manifatturiera, in quanto è quella ancora capace di creare nuovi posti di lavoro di cui siamo “affamati”, soprattutto per i giovani che faticano a trovare impieghi adeguati alle loro aspettative di vita.

Inoltre, con la riforma del terzo settore, anche per chi volesse percorrere la via dell’impresa sociale è utile conoscere da dove veniamo per intravvedere dove vuole andare in futuro.

 

Invito alla lettura

Nel 2005, da una ricerca sulle condizioni per crescere, emerse un’insoddisfacente performance dell’industria nazionale di fronte alla liberalizzazione degli scambi con i paesi mergenti. Le relative cause furono individuate in un’insufficiente dimensione aziendale, una specializzazione settoriale sfavorevole, uno scarso impegno in ricerca e sviluppo. (p. 5)

Nel decennio trascorso è nato in Italia ma è rimasto soprattutto inespresso un importante dibattito economico e sociale tra quattro scuole di pensiero o per lo meno tra quattro schieramenti che, un po’ semplificando potremmo definire dei “declinisti”, degli “ottimisti”, degli “spacchettatori”, degli “spronatori”. Come esterni hanno partecipato Governo e Confindustria. (p. 5)

Gli spronatori costituiscono una minoranza culturale inascoltata. Quantificano il declino, ma lo considerano reversibile. […] Io personalmente mi riconosco in pieno in quest’ultima scuola di pensiero. (pp. 8-9)

L’Italia fa parte di un continente che va gradualmente deindustrializzandosi. Con il volgere degli anni, in Europa, le multinazionali alleggeriscono il loro ciclo di trasformazione industriale e, nei prodotti che vendono, di proprio ci mettono sempre di meno. (p. 14)

Mentre il contenuto industriale delle multinazionali è calato in Italia come si è detto di cinque punti tra il 2004 e il 2014 (da 29 a 24%), invece quello dell’insieme delle imprese industriali è diminuito di sei punti e, cosa ancor più grave, è scivolato molto giù, passando sa 22 a 16%; poi nel 2014 ha recuperato un punto, risalendo al 17%. (p. 17)

Gli azionisti delle società industriali italiane si sono distribuiti nell’ultimo quarto di secolo complessivamente il 110% degli utili netti di esercizio, intaccando così le riserve. In altri termini, hanno saccheggiato le loro stesse imprese. […] A fine 1998 le imprese hanno imboccato un percorso di declino e deindustrializzazione progressiva. (p. 28)

In termini crudi e suggestivi, possiamo dire che le imprese hanno munto mucche vecchie e, fino alla loro morte, hanno tratto latte proficuo. Invece, la struttura patrimoniale e finanziaria delle società industriali nel corso degli anni si è progressivamente rafforzata. (p. 33)

La morale della favola è che il collo di bottiglia che frena gli investimenti in Italia ha natura non finanziaria, cioè non dipende da una scarsità di mezzi finanziari, e va cercato altrove. Nonostante la dimostrazione di questa conclusione sia inequivocabile e incontrovertibile, esiste sempre chi la ignora e sostiene il contrario. Non esiste peggior sordo di chi non vuol sentire. (p. 34-35)

Di fronte all’impoverimento del loro contenuto industriale, cioè all’erosione del lavoro aggiunto, per cercare di mantenere una certa produttività del lavoro (valore aggiunto per addetto), le imprese hanno ridotto l’organico e lo hanno fatto in tutti i modi possibili, con il decentramento delle funzioni aziendali (a partire da alcune di quelle di staff per finire alla produzione) e con la gestione delle situazioni di crisi. Il decentramento ha riguardato prevalentemente le imprese del Centro-Nord, le situazioni di crisi prevalentemente il Mezzogiorno. (p. 38)

Le piccole imprese hanno un controllo societario di tipo familiare, con una fortissima riluttanza ad aprire la compagine azionaria. Mentre negli altri paesi le imprese nascono piccole e poi se hanno successo crescono, altrimenti falliscono, da noi invece invecchiano rimanendo piccole […] Come notarono alcuni studiosi, il capitalismo familiare italiano, nato in Toscana nel Duecento e cresciuto lungo otto secoli anche grazie alla nozione di accumulazione dei patrimoni, si è fermato allo scoglio del ricambio inter-generazionale, consistente nella mancanza di eredi o di eredi capaci o ritenuti tali dal fondatore. (p. 77-78)

Resta invece insoluto l’altro corno del dilemma, quello ben più importante, direi esistenziale, della propensione degli imprenditori a intraprendere, a investire. Questo dilemma è legato all’incertezza, alla competitività del sistema Italia e alla convenienza economica. (p. 101)

Sul piano della convenienza economica, parto dal mio convincimento che sarebbe sbagliato prendersela con una categoria, per esempio con gli imprenditori. Se essi dal 1998 sono fiacchi nella loro attitudine precipua, che è quella di investire, vuol dire che sono venute meno le condizioni dell’ecosistema che ne consentono le convenienze e la stessa sopravvivenza della specie. Allora, il governo eccezionalmente consenta a tutte le medie imprese industriali di ammortizzare i nuovi eventuali investimenti nel biennio 2017-18 con coefficienti liberamente scelti, superiori ai massimi fiscali, fino magari a spesarli nel conto economico di ciascuno dei due esercizi. (p. 102)

 

 

Roberta De Monticelli, Al di qua del bene e del male, Einaudi, Torino 2015, pp. 258, euro 13,00.

L’etica del sentire per rifondare la democrazia

 

«Il bene comune, insomma, c’è, ma non è altro che la giustizia» (p. 238)

La filosofa fenomenologia Roberta De Monticelli è donna rigorosa e appassionata, che non fa mistero delle sue idee e convinzioni, minoritarie, ma che ritiene fondamentali per poter superare la crisi dei fondamenti della democrazia in Italia e in Occidente.

Solo per questo vale la pena di leggere attentamente la sua proposta che giunge dopo un lungo cammino lungo iniziato con “L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire” pubblicato nel 2008.

L’autrice prende l’avvio da una constatazione amara: «la metamorfosi interiore inconsapevole, invisibile a chi la subisce (o vi cede, ma come senza prenderne atto), che è l’autodestituzione del soggetto morale in noi […] o felpata distruzione di senso e di bene» (p. 4).

La domanda di fondo è: da dove si origina il male pubblico? Le nostre democrazie non si fondano sul consenso esplicito, ma su un semplice riconoscimento, che non è una approvazione, ma una semplice accettazione della situazione. La metamorfosi in questione è un passaggio non dal bene al male, ma dall’ideale al reale, si reinveste nel reale perché l’ideale appare incerto, si ha un «trasferimento di partecipazione, dall’incertezza di un possibile magari sognato, “migliore”, alla certezza di una realtà “vincente”. Da una impotenza, a una partecipazione di potere. Non importa in che forma» (p. 7).

Si palesa una cecità cognitiva che addormenta la coscienza e non gli permette di vigilare, si fa fatica a non addormentarsi di notte, nel buio della storia e si preferisce, quasi inconsapevolmente, di non resistere a questa fatica dell’intelligenza.

Lo si nota nei talk-show “politici” dove raramente si riesce a scendere nei dettagli, ma si resta nel generico, a volte confusivo, pensiero generale che non favorisce il quotidiano discernimento necessario delle piccole e grandi scelte etiche, che inevitabilmente siamo chiamati ad assumere.

La De Monticelli ci aiuta a comprendere che «la libertà degli individui è una componente della giustizia essendo parte di ciò che è a loro dovuto, e che lo è anche la pari dignità» (p. 78). Queste due tesi assiologiche, di valore, pur essendo tanto evidenti, quando sono violate sistematicamente non sono mai contestate frontalmente, semplicemente vengono disattese. Tuttavia da queste due tesi «Ne segue una terza tesi, che una società senza discriminazione quanto a dignità personale è più giusta, cioè è più superiore in valore, a una società gerarchica».

Attraverso una lunga e meticolosa disamina della questione morale (cap. 2, 3 e 4), da Socrate a Rawls passando per Dworkin – il noto esponente del neocostituzionalismo, la nostra filosofa ci invita a ripartire dalla riflessione originaria socratica: chiedere il perché delle cose e le ragioni delle posizioni altrui. Solo rimanendo fedeli a questa posizione originaria della filosofia si può pensare di raggiungere una qualche verità morale.

Lo scetticismo assiologico, quello che afferma che non c’è un fondamento a qualsiasi valore condivisibile e quindi un criterio per poter scegliere tra il bene e il male, è la visione dominante. Così si evitano le questioni divisive che producono conflitto, ci si sottrae al rendere ragione delle proprie scelte. Ne consegue che «La politica dell’astensione dalla (ricerca di) verità (perché divisivia) è motivata dalla convinzione che la vita non è prendere posizione, fallibilmente e corrigibilmente: è prendere partito, fatalmente e conflittualmente. E quindi dalla convinzione che la vita non è soggetta alla giurisdizione della ragione, ma alla forza delle fedi e della politica». E’ la questione affatto banale di come si affronta e gestisce il conflitto.

La De Monticelli ci ripropone la questione dell’unità del valore, «ovvero della coerenza dei valori nella loro pluralità e nelle loro differenti sfere» (p. 76), tesi minoritaria e che tuttavia garantisce l’eticità dei comportamenti pratici. Se non ci fosse questa unità del valore in una società pluralista, ognuno sceglierebbe i propri valori e li potrebbe usare per costruirsi recinti sociali in cui vivere, sentendosi al sicuro da tutto ciò che potrebbe metterli in discussione. Dunque non possiamo altro che ricercare con la ragione, come Socrate, quell’unità di valore che permette a ciascuno di poter ricercare la propria felicità garantendo la dignità di tutti e la libertà di ciascuno. Compito non facile, ma ineludibile nel nostro tempo globalizzato e che mette in discussione, soprattutto, il pensiero unico occidentale con la sua pretesa di essere quello vero e pertanto che può o deve imporsi a tutto il mondo.

La seconda guerra mondiale ha prodotto nuove costituzioni che «sono nate dall’esperienza del male e dalla cognizione del dolore, e non per astrazione dalle visioni in conflitto» (p. 95), quindi da un’etica incarnata, che si origine nel sentire del neonato, e che va verificata, da adulti, dal confronto serrato di ragione, che non separi il pensiero pratico razionale dalla cognizione sensibile di tutti i beni e i mali del mondo. «Sono proprio le nostre intuizioni sulla giustizia a presupporre “non solo che le persone abbiano diritti, ma che fra questi vi sia un diritto fondamentale, addirittura assiomatico [… il] diritto all’eguale considerazione e rispetto” che non solo si oppone, ma addirittura implica i diritti di libertà» (p. 97-98), integrando la visione di Dworkin con la propria etica del sentire.

Una prima risposta alla questione dell’unità del valore e del suo conciliarsi con il pluralismo viene, secondo la filosofa, da Jeanne Hersch che «vide la potenzialità anti-idolatrica e quindi nel suo fondo anti-ideologica, che ogni cultura teologica – dunque spirituale – porta in sé» liberando così «lo spazio della trascendenza non posseduta nel cuore stesso dell’universalismo e della cultura liberale democratica» (pp. 104-105).

La De Monticelli sintetizza, nel quinto capitolo, la sua proposta in 5 tesi di una assiologia fenomenologica:

1) la differenza tra beni e valori

2) i valori sono una sottoclasse di eide (essenze), o apriori materiali

3) un valore è la qualità globale di un bene che realizza quel valore

4) l’inseparabilità di dati di fatto ed essenza, in particolare di beni e valori

5) l’esistenza di ogni entità è intrinsecamente normativa nel senso seguente: per esistere come una “cosa” di un certo tipo – come un suono, una persona, una promessa, un’azione, un guerriero, ecc. – ogni entità deve soddisfare la struttura essenziale che definisce il suo essere

Il compito fondamentale dei filosofi (e di ogni educatore), cui hanno abdicato in questi ultimi periodi, è quello di promuovere il risveglio dall’apatia della ragion pratica. E’ una questione di conoscenza, prima di tutto e poi di volontà. Per agire bene dobbiamo conoscere il bene e il valore cui vogliamo acconsentire e realizzare. «In altre parole, un atto del volere è l’unità di una motivazione e di una posizione […] non c’è un volere senza valutare (motivi e assensi)» (p. 230).

«Che la sensibilità affettiva abbia un ruolo propriamente cognitivo, che stia ai giudizi di valore come la percezione sensoriale stia ai giudizi di fatto, e che vi siano correlazioni essenziali e normative fra il contenuto assiologico e il vissuto emotivo, non è certamente ancora riconosciuto da molti» (p. 232).

E’ in questo deficit riflessivo che si alligna il male pubblico, dominato dalla ragion pratica che si affida alla ragione ma non tiene conto degli affetti che determinano in buona parte l’agire concreto e quotidiano di ciascuno di noi. Dworkin (Virtù sovrana, Feltrinelli 2002), proposto dalla De Monticelli, sviluppa una teoria pratico-politico dell’uguaglianza in cui mostra come ogni passo verso la rimozione di quegli ostacoli che si oppongono alla possibilità effettiva di fare della propria vita qualcosa che abbia senso e valore, che valga la pena di viverla, è un passo verso la realizzazione della libertà individuale nel suo senso più liberal. Questa modesta indicazione conclusiva della nostra filosofa, è un invito ad uscire dal deserto di una “sinistra senza ragioni”.

Secondo Dworkin in una società genuinamente democratica ciascun cittadino partecipa come un socio eguale, il che significa qualcosa di più del fatto che abbia semplicemente un voto uguale. Mi permetto di aggiungere: una società che scarta qualcuno, consapevolmente o meno, non è una società democratica.

«Distinguere tra ethos ed etica, fra gli ordini della vita buona e la norma della vita giusta» è la soluzione possibile al dilemma etico iniziale. «Ma la distinzione porta anche l’unità: da che cosa possono essere “tenuti insieme” i tanti ordini di una società plurale, se non dalla giustizia, che è per così dire il minimo etico, la condizione per il riconoscimento della serietà e della dignità di ciascuna vita?» (p. 244).

La De Monticelli conclude questo suo cammino impegnativo, e tuttavia ricco di risultati positivi che ripagano dell’impegno dell’intelligenza e degli affetti profusi nel compierlo, con una richiesta di impegno comune: «Non è un caso se i massimi danni alla vita morale e civile di un Paese, prima ancora di chi corrompe le leggi, li facciamo tutti noi accettando che si corrompa la nostra lingua, il senso delle parole, la nettezza dei concetti» (p. 245).

L’invito è di assumere fino in fondo quello che chiama il dono dei vincoli, cioè il fatto che ogni realtà non può variare più di tanto, pena il tramutarsi in altro: «Vedo nella scoperta del dono dei vincoli che legano il senso dei nostri enunciati al contenuto intuitivo dei dati delle nostre esperienze la svolta che, nell’età della scienza, potrebbe permettere alla ricerca filosofica di resistere alla banalizzazione, alla ideologizzazione, alla perdita di ambizione cognitiva e di rilievo etico, giuridico, politico che l a minacciano» (p. 246).

Mi scuso fin d’ora con l’autrice e con i lettori di non aver potuto illustrare meglio la densità di queste pagine che meritano una lettura non affrettata, che ci fa affrontare un nodo fondamentale della nostra vita pubblica: l’origine del male pubblico e i possibili rimedi, che altro non sono che una coscienza formata e vigile sulla realizzazione della giustizia, qui e oggi.

 

Invito alla lettura

La tesi che l’inscindibilità di etica e logica è la chiave del pensiero filosofico e la sua differenza specifica da quello sofistico, lo sottende dalla prima all’ultima pagina: è la sua anima stessa. (p. XIV)

Proprio per questo, del resto, più che “banale” – termine che ha suscitato tanti equivoci e tante polemiche – si dovrebbe definire questo male “impersonale”: non perché non ne sia personale la responsabilità, ma perché la sua caratteristica è di non essere assunto in prima persona, lucidamente e per così dire “luciferinamente», come atto proprio. E’ questo atto/non atto, questa passiva mossa di dimissioni da se stessi che abbiamo definito autodestituzione del soggetto morale, simbolizzato dall’immagine del volto umano che s’imbestia. A questa impersonalità a parte subiecti, la cui versione più familiare è il conformismo, corrisponde la natura caratteristica del male a parte objecti, la perdita negli ordinamenti e nelle relazioni abituali della vita associata: il male pubblico. (p. 13)

L’esperienza del valore è in larga parte cognizione del dolore. (p. 23)

Emozioni politiche, l’ultimo libro di Martha Nussbaum, tratta della lacuna di cui soffrirebbe la cultura politica liberale: la sottovalutazione dell’importanza del sostegno emotivo a una buona cultura politica pubblica. (p. 27)

Si tratta cioè di lavorare a una teoria della conoscenza assiologia. Perché io credo che dalla cognizione del dolore abbiamo imparato molto, ma ben poco abbiamo insegnato. E non soltanto dei contenuti, ma della natura stessa dell’esperienza del valore, del modo in cui essa genera conoscenza. E questo equivale all’incirca ad aver dimenticato la natura e il compito della filosofia. (p. 28)

Questa coappartenenza di cognizione, valutazione e azione non cessa mai. (p. 31)

Anticipo la mia risposta: Socrate è latitante, è l’idealità perduta è in buon parte colpa nostra , colpa di noi “educatori”, che abbiamo latitato con noi. Non perché non abbiamo insegnato gli ideali; al contrario, perché lo abbiamo fatto, come se se l’idealità fosse una questione di «porre» valori: cioè un atto della volontà, non un esercizio esperto di sensibilità, intelligenza e ragione, un esercizio di ricerca del vero. (p. 33)

Una democrazia non è soltanto una forma di governo politico, è una civiltà fondata in ragione – la ragione pratica – e non in religione. E il disincanto della ragione pratica è lo scetticismo assiologico. Il disincanto della ragione pratica è la fine della democrazia. (p. 34)

Ciò che sembra scomparso dalla mente di certi giuristi è la distinzione fra le ideologia politiche che rispondono a determinate volontà dotate di potere (rex facit legem) e principi ideali di giustizia che sono posti a fondamento delle regole stesse dell’agone politico (lex facit regem). (pp. 37-8)

Solo il faccia a faccia è una possibilità eminentemente e specificatamente umana. (p. 41)

Il dono dei vincoli è il dono che sempre, di nuovo, per chi voglia esercitare seriamente la ricerca eidetica e non parlare a vuoto, ritroviamo a confortare chi non rinuncia a distinguere il reale e l’ideale, fra ciò che vince e ciò che, nella realtà, resta una muta ma non meno sensibile esigenza. (p. 53)

La sfiducia nelle istituzioni […] è una perdita di quella fiducia e quella stima reciproca che è nell’essenza stessa, rettamente intesa, del pactum societatis: senza dimenticare che il primo grande e implicito “patto” è la lingua che tutti usiamo, cioè i vincoli che esso pone all’uso che facciamo delle parole perché possiamo reciprocamente credere a quello che ci diciamo. (p. 57)

Il silenzio complice, l’anonimato di consorteria e la libertà dei servi sostituiscono gradualmente l’esercizio di responsabilità in prima persona e la domanda di verità, o di giustizia. Sempre meno, cioè, la distribuzione e l’esercizio del potere sono soggetti al consenso e al controllo delle persone. Ma dovunque questo accade, la “politica” si dissocia dall’etica, e perfino dalla logica. Lo spazio delle ragioni si separa da quello del potere. E allora le istituzioni si svuotano del loro senso. Come potrebbe del resto sopravvivere la fiducia in istituzioni tanto sorde alla domanda di verità, che è il nucleo stesso della domanda di giustizia? Quella di verità è la domanda più inascoltata e delusa del nostro Paese, che ha fra tutte le democrazie europee la storia forse più opaca di inquinamento occulto delle istituzioni. (p 58)

Dunque abbiamo una sola risorsa: l’ingiustizia sofferta o veduta infliggere, in quanto sappiamo trarne una più profonda conoscenza di cosa sia giustizia. (p. 61)

L’opacità della vita pubblica può diventare opacità della coscienza privata, e la regressione del faccia a faccia nell’anonimato consortile può portare con sé la progressiva sparizione del faccia a faccia con se stessi: l’omertà dell’autocoscienza. E questo processo di autodisfacimento della libertà interiore sembra ben più radicale e irreversibile della prigionia ideologica o politica: poiché decostruisce i vincoli di senso della libertà, cioè l’etica e la logica stesse. (p. 64)

 

Sergio Tramma, Legalità e illegalità. Il confine pedagogico, Editori Laterza, Roma-Bari 2012, euro 19,00

Responsabilità critica e bene comune

 

Si deve obbedire alle leggi giuste e non obbedire alle leggi ingiuste, tema antico come l’uomo che l’autore sviscera attraverso la riflessione pedagogica, materia che insegna presso l’Università di Milano-Bicocca.

La tesi di fondo viene sintetizzata alla fine del libro.

«Alla domanda originaria su chi dovrebbe educare alla legalità qualcun altro, perché dovrebbe farlo, e a quale legalità sarebbe opportuno educare, si scopre che la domanda non ha risposte univoche, anzi che si rende necessario aggiungere un’ulteriore domanda parziale: contro chi educare alla legalità? Davanti alla legalità/illegalità, come detto, la pedagogia è collocata, a differenza di molte altre discipline e e così come per qualsiasi altra questione educativa, in una posizione scomoda, cioè quella dell’assunzione della responsabilità rispetto al fare, e al fare in un certo modo. L’unico tratto che può essere trasversalmente presente potrebbe essere ricondotto all’assunzione di responsabilità di scelta intellettuale e civile degli educatori e degli educandi, e per farlo è necessario favorire la critica dell’illegalità e della legalità sottoponendo entrambe a un’azione rigorosa delle loro ambivalenze, doppiezze e contraddizioni» (p.139).

Se il fine della educazione alla legalità è formare un buon cittadino con un senso dello Stato adeguato alla convivenza civile e alla partecipazione alla costruzione del bene comune (cap. 1), non è sufficiente fare conferenze ma è necessario che si sviluppi una alleanza pedagogica tra gli insegnanti della scuola, soggetto importante nei processi di socializzazione alla vita pubblica dei giovani, i genitori, i giovani e altri attori della comunità in cui si sviluppano altri fattori che incidono sulla socializzazione primaria.

L’autore volutamente, a volte anche con ironia, sfata il mito e l’ideologia dei buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Tutti siamo coinvolti in una trama di legalità e illegalità che deve ogni volta essere districata con pazienza e intelligenza, senso critico fondato su valori chiari e suffientemente condivisi.

L’educazione è sempre educazione alla responsabilità, più che alla uniformità di comportamenti alle leggi. Se queste non vengono interiorizzate, comprese nella loro dinamica storicità, messe in discussione nella loro “sacralità”, i rischi di formare cittadini obbedienti, invece che responsabili è sempre presente.

Se cittadini obbedienti sono un vantaggio per mantenere lo status quo che privilegia la classe dominante e la cosiddetta “pace sociale”, cittadini responsabili sono un vantaggio per quasi tutti, comprese le istituzioni, perché aiutate a realizzare quel bene comune cui sono chiamate per dovere istituzionale. Cittadini responsabili sono un problema per chi vuole invece vivere al di fuori o al di sopra delle leggi, o anche solo seguirle parzialmente finché non contrastano con i propri fini di conquista e utilizzo del potere

In una nazione come l’Italia c’è una consistente parte della popolazione che non vuole vivere nella legalità, ma vuole approfittare dello stato per fini esclusivamente personali (cap. 3). C’è una educazione alla illegalità (cap. 4) diffusa, non istituzionale, ma con una presenza vivace e significativa. Riconoscerlo vuol dire assumersi una responsabilità civile che metta in conto che si genererà un conflitto da gestite in modo legale, conflitto che a volte assume anche il rischio per la propria vita personale, che diventa così testimonianza concreta con valore pedagogico inestimabile, perché palesa i valori fondanti lo Stato e il bene comune.

Il cap. 2 aiuta a comprendere meglio la sequenza teorica Norma-Infrazione-Sanzione e la sua problematicità. Se in teoria tutto funziona, in pratica le ambiguità e le commistioni tra legalità e illegalità rendono più complesso il discernimento di come applicare la sequenza teorica.

Il cap. 5 presenta oggi la pratica dell’educazione alla legalità, soprattutto nella scuola pubblica, gli stili educativi presenti, la questione giovanile, gli strumenti che si è data l’istruzione pubblica, chiamata sempre più a diventare educazione alla cittadinanza.

 

Invito alla lettura

«L’educazione alla legalità può diventare un orientamento e un processo lineare e senza sofferenze teoriche solo per chi aderisce completamente allo status quo esistente» (p. 130)

Il quadro di riferimento valoriale posto da don Dilani è chiaro: l’esistenza della questione non sta solo nell’obbedire a leggi giuste, quanto cambiarle quando non sono giuste, cioè assumersi la responsabilità di giudicarle. E’ un’educazione dunque alla responsabilità, cosa diversa dall’educazione alla legalità, che si pone su un piano di riflessione e azione più complesso, meno tutelato da autorità che garantiscono direzioni e orientamenti, meno assolutorio o colpevolizzante a priori: è l’assunzione della responsabilità della disobbedienza, pari all’assunzione della responsabilità dell’obbedienza» (p. 133)

«L’educazione alla legalità nasce (quando nasce) sulla base della stipulazione di un’alleanza di condizioni, interessi e intenzioni da parte di soggetti che sono in grado di produrre un progetto educativo sufficientemente credibile, anche se non di conseguenza sufficientemente creduto, che tenda a modificare i rapporti tra le forze e l’attrattività della legalità e dell’illegalità presenti sul campo» (p. 137)

«L’educazione alla legalità […] non può essere pensata solo o prevalentemente come promozione di azioni aggiuntive, compensative, correttive, che raddrizzino i consueti percorsi educativi […] L’educazione alla legalità non è neppure un’operazione che può essere pensata ‘a costo zero’, come un gioco al quale a tutti converrebbe giocare […] (Essa è) una pedagogia che non può che essere dell’aut-aut, cioè che recupera il valore dell’antagonismo, della scelta tra alternative inconciliabili, e anche del conflitto, o che quanto meno esercita una funzione critica nei confronti di un adattamento all’esistente» (p. 138)

E' da un po' di tempo che penso che la lotta alla mafia e alla corruzione siano una priorità del nostro paese, ancora più della crisi economica e del lavoro che manca. NOon che siano impoortanti, ma se usciamo dalla crisi l'emergenza della mafia e della corruzione rimane in tutta la sua durezza. Anzi, con più ricchezza in circolazione ci sarebbe ancora di più, come abbiamo visto negli anni '90.

Stavo pensando di scrivere qualcosa a questo riguardo, ma il nuovo Presdiente delal Repubblica, Sergio MAttarella mi ha preceduto.

Nel suo discorso di insediamento davanti alle Camere riunite ha detto:

«Garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso forte della legalità. La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute.

La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile.

Divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini. Impedisce la corretta esplicazione delle regole del mercato. Favorisce le consorterie e penalizza gli onesti e i capaci.

L'attuale Pontefice, Francesco, che ringrazio per il messaggio di auguri che ha voluto inviarmi, ha usato parole severe contro i corrotti: «Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini».

E' allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove, anche in aree geografiche storicamente immuni. Un cancro pervasivo, che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti.

Dobbiamo incoraggiare l'azione determinata della magistratura e delle forze dell'ordine che, spesso a rischio della vita, si battono per contrastare la criminalità organizzata.

Nella lotta alle mafie abbiamo avuto molti eroi. Penso tra gli altri a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Per sconfiggere la mafia occorre una moltitudine di persone oneste, competenti, tenaci. E una dirigenza politica e amministrativa capace di compiere il proprio dovere».

Non a caso Mattarella ha citato papa Francesco proprio su questo punto così importante per la nostra vita comune.

 

E' tempo di decidersi per una resistenza contro il cancro della mafia e della corruzzione.

 

Durante la guerra per liberarci dal nazi-fascismo, alcuni hanno deciso che dedicare la loro vita, almeno per un certo periodo, solo a questa emergenza civile. Alcuni sono andati in clandestinità, in montagna o pianura, altri sono rimasti alla vita quotidiana, ma condividendo l'anelito e la lotta per la libertà, altri sono rimasti coinvolti nelle rappresaglie, tutti abbiamo sofferto, tranne quelli che da furbetti si sono arricchiti alle spalle delle disgrazie altrui.

Ebbene oggi è lo steso tempo. C'è una parte non piccola del popolo italiano che vuole soggiogare e sfruttare il resto del popolo. Non possiamo più permettercelo. Troppe omissioni, troppi sguardi rivolti da un'altra parte, troppa complicità del tipo: vorrei ma non posso, non ne sono capace, non ho abbastanza pelo sullo stomaco, e via così. Non ce l'abbiamo fatta e abbiamo preferito fare gli struzzi. E ancora oggi pensiamo che, nonostante le evidenze anche degli utlimi giorni, la mafia e la corruzione non ci riguardino da vicino, che sono dentro il nostro cuore, che la tentazione è fin troppo forte e che spesso, anche e soprattutto nelle piccole cose, vi cediamo senza troppi sensi di colpa.

Il nostro è un cuore indurito dalla fatica di vivere, mentre occorre un cuore pulsante, un cuore vivo, una tenacia di altri tempi, una forza d'animo per mettere in piedi presidi democratici nelle istituzioni, nei rapporti con gli amici, nelle piccole e grandi cose. Serve un animo generoso e consapevole della dura battaglia da combattere, che produrrà morti e feriti, non soltanto metaforici, ma anche reali... purtroppo, come già sta accadendo da molto tempo. E non sarà una guerra ampo, ma di posizione, nel fango della storia.

 

Ci dobbiamo convertire tutti dalla mentalità mafiosa e corrotta. Ogni cambiamento culturale è difficile, ma se vogliamo essere un paese moderno, capace di solidarietà e creatività, il genio italiano, dobbiamo prima di tutto chiederci scusa a vicenda per le molteplici e pesanti omissioni di coscienza civile, oltre che per il malaffare.

 

Prima lo facciamo e meglio è per tutti.

I giovani, in particolare, sono consapevoli di questa fatica, per il lavoro che non trovano, per i favori che devono chiedere per ottenere un posto qualsiasi, per non riuscire a vedere una prospettiva di bene comune, ma che devono pensare di lottare duramente per avere pochissimo. Allora è evidente che quelli che possono e hanno più coraggio emigrino, anche solo per fare i camerieri in Germania e vivere tranquilli, invece che in affanno tutta la vita.

 

Resistere è un dovere morale, prima di tutto, che deve concrettizzarsi nelle piccole e grandi scelte quotidiane. Se avremo il coraggio di farlo ne saremo ripagati, altrimenti non ci potremo più lamentare, perché ora ne siamo consapevoli e dobbiamo passare all'azione.

 

Per chi crede nel Signore Gesù, c'è un teologo anziano e sapiente, Giuseppe Ruggieri, che ha così descritto i segni dei tempi di conciliare memoria:

«Un fatto è suscettibile di diventare "segno dei tempi" quando, grazie alla presa di coscienza collettiva, è in grado di modificare in direzione messianica l'equilibrio dei rapporti umani in una determinata epoca. Perché ciò avvenga è determinante la presa di coscienza collettiva»

 

E' un augurio che il popolo italiano sia capace di produrre il segno dei tempi di una resistenza alle mafie e alla corruzione, che diventi una priorità assoluta della sua coscienza civile.

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