Battesimo_Ges_Aletti

 

F. Manzi - G. C. Pagazzi, L'"habitus" e la costellazione dello stile cristiano, Teologia, 247-270.

Questo interessante articolo riguarda la questione dell'abito. L'intenzione di rivitalizzare questa categoria della teologia della grazia è esplicito nella coppia di autori, professori della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale.

 

«L'intento di questo articolo è modesto: cerca di riattivare l'attenzione alla categoria di habitus - tipica del trattato classico De gratia -, che di fatto riconosce dignità antropologica e teologica all'ovvio gesto del "vestire" e al suo molteplice significato. A questo scopo s'intende riprendere nell'orizzonte attuale del senso il processo biblico di costruzione del significato di vestito/abito. Al dire di Angelo Bertuletti, siffatto modo di procedere realizzerebbe il corretto e proficuo rapporto tra esegesi e teologia sistematica. Si tratat comunque di un esperiemnto, tentato sul crinale che congiunge e distingue la riflessione di Tommaso d'Aquino e alcune istanze del pensiero contemporaneo».

Se l'inteno è modesto, il risultato è significativo.

Il primo paragrafo: Il vestito e l'identità di Cristo e del discepolo, partendo dai vestiti di Genesi e fino ai vestiti del vangelo di Marco (qui viene ripreso un contribbuto di don Roberto Vignolo, La simbolica delle vesti, una cifra sintetica del vangelo di Marco, Parola Spirito e Vita, 60 (2009) 85-125), per accennare alle vesti dell'Apocalisse, si ripercorre la simbolica del vestito nella Scrittura. Nella Bibbia «il vestito concorre al processo d'identificazione, esprimendo anche lo stato d'animo di chi lo indossa o ne ha a che fare».

Il secondo paragrafo: Dal vestito all'"habitus", verte sulla «portata rivelativa del vestito in rapporto all'identità del cristiano», che la chiesa ha colto fin dalle origini e l'ha custodita enlla liturgia battesimale con il simbolo della vesta bianca. Infatti «essa non ha tanto una funzione didascalica, quanto piuttosto performativa in ordine all'eficacia sacramentale e all'esperienza della grazia». Svestirsi e rivestirsi è tipico anche dei monaci.

Il terzo paragrafo: L'"habitus", l'abitudine e l'abitazione, si snoda in due punti che affrontano l'abito in Tommaso d'Aquino e in Merleau Ponty, mostrandone le assonanze nella trattazione. Qui riprendo in particolare ciò che mi interessa sottolineare.

In Tommaso (STh I-II, 49-70), secondo uno studio di Santiago Maria Ramirez, uno degli attuali esperti di Tommaso, mostra come dal verbo habere non deriva solo habitus nel doppio senso di vestito e di abitudine, ma anche habitio (l'avere), habitatio e habitaculum (abitazione), habitudo (costituzione del corpo e relazione) nonché habilitas (attitudine, disposizione e abilità). Secondo Tommaso la questione dellp'habitus farebbe parte dei «principi intrinseci dell'azione»; da qui l'importanza della trattazione dell'abito, ritenuta da Tommaso necessaria per una corretta fenomenologia dell'azione. Tommaso riprende la lezione di Aristole secondo il quale etica deriva più da abitudine, abitare, coabitare, che dalla nozione di norma. «L'etica fa si riferimento allal norma, ma in quanto scaturita dall'abitudine di abitare insieme. E' etico il conmportamento che abitua ad abitare insieme, facendone il proprio costume, il proprio vestito«. Per Tommaso, quindi, «l'habitus sarebbe l'esito della ripetizione liberamente decisa di un'azione». L'abito aiuta la formazione di un agire che diventa agevolezza ed agilità (come gli esercizi fisici abilitano a un gesto atletico preciso, agile e agevole per chi lo compie).  «Comprendiamo in che senso l'abito sia l'accordo di potenza e mondo, il risultato della loro orginaria e mutua mediazione, ossia l'intesa fra la capacità della potenza di abituarsi al mondo e la capacità del mondo d'abituare la potenza. E se potenza e abito sono i principi intrinseci dell'azione, l'azione è l'abituarsi reciproco di potenza e mondo».

In Merleau Ponty (Fenomenologia della percezione), «si può notare la similutudiine tra ciò che Tommaso indica come principi intrinseci dell'azione umana, ovvero la potenza e l'abito, e la fenomenologia del movimento corporeo, che - secondo Merleau Ponty - sarebbe luogo speciale di affioramento dell'identità umana» Potenza e habitus/abitudine sono appunto i fuochi intorno a cui orbita la riflessione del filosofo francese sul carattere originariamente corporeo della cosceinza, reciproco contatto di io e mondo: originariamente la coscienza non è un "io penso che", ma un "io posso"». Più avanti gli autori sostengono che «agendo, l'uomo pratica il mondo, riconoscendo il carattere praticabile del mondo stesso e avvalendosi di esso. Più che ogni altro aspetto dell'azione umana, l'habitus mette in mostra la familiarità di io e mondo, nella misura in cui i gesti dell'io diventano di casa nel mondo e il mondo è di casa nell'io, conferendo alle azioni dell'io quella scioltezza e disinvoltura tipiche delle azioni domestiche».

Il quarto paragrafo: L'habitus e il vestito,  affronta tra aspetti dell'abito: la sua funzione identitaria, la sua funzione di difesa e il suo costituire uno stile.

Il quinto paragrafo: L'habitus e la grazia, ripercorre brevemente la riflessione sulal grazia come habitus. Raccolgiendo le riflessioni di Tommaso e Merleau Ponty, gli autori affermano che «la grazia come abitus identifica chi è raggiunto da essa, abituadolo a sentire (e questo sewntire è grazia!) la familiarità di io e mondo, persuadendolo ad agire con fede, speranza e carità, perfino quando tale familiarità non risulta evidente, anzi è distorta da tratti ostili e pericoli mortali».

Ringrazio gli autori per la riflessione e per la precisa disanima di un tema significativo: quello dell'agire dell'uomo, che è relazione con il mondo e con gli altri, oltre che con la sua origine: Dio.

 

 

L'immagine rappresenta il mosaico realizzato dal Centro Aletti di Roma nella Sacrestia della Cattedrale di Santa Maria Reale dell’Almudena Madrid - Spagna