Economia

 

Dalla povertà non puoi prenderti una pausa.

Controintuizioni di speranza per la rivoluzione

Bregman - Copertina

 

Bregman, R., Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale, Feltrinelli, Milano 2017, pp. 255, euro 18,00.

 

«Ma la vera crisi dei nostri tempi, della mia generazione, non nasce dal fatto che non cela passiamo bene, e nemmeno che potremmo stare peggio da qui in poi. No, la vera crisi è la nostra incapacità a tirare fuori qualcosa di meglio» (p. 17)

Bregman è un giovane storico nato nel 1988, olandese, di solida formazione, grande capacità critica anche verso di sé e sufficientemente spregiudicato e non inquadrato nel pensiero dominante. In genere sono i giovani esploratori che aprono nuove strade, come accade nella ricerca matematica e fisica, per esempio. Bregman è uno di questi.

Le sue proposte non sono poi così fuori dal mondo, u-topiche: reddito minimo garantito per i poveri, riduzione delle ore lavorative settimanali, lavori utili al bene comune e non lavori “burla”, apertura delle frontiere ai migranti economici, maggiore tassazione dei patrimoni secondo quanto propone Piketty.

La bellezza e la novità di questo libro è che porta innumerevoli esempi storici di come queste proposte sono state già attuate in vari posti del mondo sia sviluppato che in via di sviluppo.

Bregman è convincente nelle sue proposte, perché ci crede ed è supportato da evidenze storiche, anche se è sufficientemente consapevole che il lavoro, soprattutto culturale, prima ancora che politico, è enorme perché il pensiero dominante è forte ed i suoi sostenitori sono determinati a sostenerlo fino in fondo.

E’ una battaglia che si svolgerà prima di tutto nelle menti delle persone, dei popoli, e poi nelle aule dei parlamenti e nei decreti dei governi.

Il primo capitolo fa una disanima di che cosa sia un’utopia e della sua forza per cambiare la visione del mondo in cui si è sviluppata. Potrebbe essere utile a questo proposito leggere anche il libro di Paolo Prodi e Massimo Cacciari, “Occidente senza Utopie” (Il Mulino, 2016, euro 14,00)

Il secondo è quello più controintuitivo: regalare dei soldi a chi non ne ha a sufficienza, ai poveri, senza contropartite è l’investimento migliore e più redditizio per tirarli fuori dalla loro miseria e precarietà.

Un esempio tra i tanti che Bregman propone. Nel marzo del 1973 il governatore della provincia di Manitoba, in Canada, decise di stanziare 83 milioni di dollari attuali per dare a 1.000 cittadini di Dauphin, su 13.000 abitanti, un reddito minimo, cioè un assegno mensile. Una famiglia di 4 persone riceveva l’equivalente attuale di 19.000 dollari all’anno senza altri requisiti. Il successo fu clamoroso. Di fronte al timore che con un reddito annuo garantito la gente avrebbe smesso di lavorare e avrebbe iniziato a fare più figli, i giovani posticiparono le nozze e la natalità crollò. I risultati scolastici migliorarono. Gli uomini lavorarono solo l’1% di ore in meno, le donne sposate restarono di più a casa dopo aver partorito e le studentesse studiarono di più. I ricoveri ospedalieri diminuirono del 8,5%. Inoltre calarono le violenze domestiche e i problemi di salute mentale. Un vero successo che il governatore successivo, conservatore non comprese e terminò l’esperimento.

Il terzo approfondisce la questione della disuguaglianza come fonte di povertà.

Il quarto è il racconto di come Nixon, repubblicano, sia stato a un passo dal creare un vero welfare state negli USA e di come si possa influenzare un presidente e un Congresso con dati volutamente falsificati, pur di sostenere le proprie convinzioni ideologiche, in questo caso false.

Il quinto è una disanima di come si costruiscono statistiche non tanto più vere, ma che critiche, nel senso di sapere cosa effettivamente mostrano o nascondono.

Il sesto è una prospettiva sul futuro del lavoro, che sarà sicuramente diverso da quello che abbiamo sotto gli occhi, in quanto già oggi molti chiedono di fare lavori veri, non “finti”, cioè che non hanno un vero senso per la costruzione del bene comune.

Il settimo è la disamina di come il lavoro dei banchieri sia spesso una “burla”, cioè essi non creano ricchezza, ma solo la spostano a proprio vantaggio e a detrimento di coloro che ne avrebbero più bisogno. Inoltre mostra come moltissime persone fano lavori burla, tipo «addetto al telemarketing, direttore delle risorse umane, social media manager, consulente di pubbliche relazioni e una sequela di posizioni amministrative in ospedali, università e uffici». Secondo Bregman oggi i migliori cervelli si dedicano a lavori remunerati ma che nono sono quelli che producono «utilità, qualità e innovazione», tutte azioni che migliorano la vita comune: «Pensate come sarebbe se tutto questo talento fosse investito non nello spostamento della ricchezza, ma nella sua creazione. Chi lo sa, forse avremmo già i jet pack, avremmo già costruito le città sottomarine o trovato la cura per il cancro».

L’ottavo è una ripresa di quale lavoro nell’epoca della rivoluzione tecnologica, come non essere luddisti, e come poter affrontare un nuovo modo di essere lavoratori.

Il nono riguarda il fatto che se apriamo le frontiere agli immigrati economici, tutti ci guadagnano. Le merci circolano, ma i lavoratori no. Come riequilibrare tutto questo?

Il decimo è la disamina di come sia nato il pensiero dominante attuale in economia e di come la forza delle idee e la loro razionalità sia sufficiente per scalfire le convinzioni fate anche di emozioni e tanto altro.

L’epilogo di 9 pagine è folgorante e merita tutto il libro. Si parla di come perseguire concretamente questi obiettivi di civiltà.

C’è la politica come arte del possibile, come ha affermato Otto von Bismark, e la Politica che non parla di regole, ma di rivoluzione, non dell’arte del possibile, ma di come rendere inevitabile l’impossibile. Questa Politica è sempre stata ad appannaggio della sinistra, che però sembra averlo dimenticato, diventando il “socialismo perdente”. Il socialista perdente ha dimenticato che il vero problema non è il debito pubblico, ma le imprese e le famiglie sovraesposte ai rischi dell’economia, ha dimenticato che investire nella povertà è un investimento che ripaga con gli interessi.

Bregman vuole un nuovo movimento dei lavoratori «che combatta non solo per più posti e per stipendi più alti, ma soprattutto per un lavoro che abbia un valore intrinseco» (p. 212).

Per Bregman i socialisti perdenti devono smettere di «bearsi della loro superiorità morale e delle idee sorpassate […] In fin dei conti, quello che manca ai socialisti perdenti è l’ingrediente principale del cambiamento politico: la convinzione che c’è davvero una strada migliore. Che l’Utopia è a portata di mano».

Il libro si conclude con due consigli di Bregman.

«Per prima cosa, sappiate che là fuori ci sono tante persone come voi. Tantissime. Ho incontrato un’infinità di lettori che mi hanno detto che, per quanto non credano minimamente nelle idee di questo libro, hanno capito che il mondo è avido e corrotto. La risposta che davo loro era questa: spegnete la tv, guardatevi intorno e organizzatevi. Tantissima gente ha il cuore al posto giusto.

Secondo: vi consiglio di farvi una pelle più coriacea. Non permettete che nessuno vi insegni come vivere. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo essere irrealisti, poco ragionevoli e implausibili. Ricordate: anche quelli che invocavano l’abolizione dello schiavismo, il suffragio alle donne e il matrimonio fra persone dello stesso sesso erano etichettati un tempo come pazzi. Finché la storia ha dato loro ragione» (p. 214).

Parole saggie di un giovane impegnato a costruire un mondo migliore.

 

Invito alla lettura:

I soldi gratis impoveriscono la gente. Peccato che non sia vero, almeno se stiamo alle prove (p. 31)

Questa iniziativa ha messo la scelta nelle mani dei poveri [..] Faye non dà il pesce alla gente, e nemmeno le insegna a pescare. Le dà dei soldi, nella convinzione che i veri esperti di quello che serve ai poveri siano i poveri stessi (p. 31)

Per tornare all’Università di Manchester, i suoi ricercatori hanno riassunto i vantaggi di questi programmi in questi termini: 1) le famiglie fanno buon uso dei soldi; 2) la povertà cala; 3) possono esserci svariati vantaggi a lungo termine quanto a reddito, salute ed entrate fiscali; e 4) questi programmi costano meno delle alternative. Perciò perché inviare quei costosi bianchi sui loro suv quando ci basta elargire i loro stipendi ai poveri? (p. 33)

La povertà è fondamentalmente una mancanza di contante. (p. 34)

Andando al sodo, queste tasse (sulle transazioni finanziarie) ci renderebbero tutti più ricchi. Non solo darebbero a chiunque una fetta più equa della torta, ma la torta sarebbe più grande. E allora i genietti emigrati a Wall Street potrebbero diventare insegnanti, inventori e ingegneri.

Negli ultimi decenni è successo l’esatto contrario. Una ricerca svolta ad Harvard ha scoperto che i tagli alle tasse dell’era Reagan favorirono una svolta di massa nelle carriere delle menti più brillanti del paese, da insegnanti e ingegneri a banchieri e commercialisti. Laddove nel 1970 il numero di laureati maschi a Harvard che sceglievano una vita dedicata alla ricerca era ancora il doppio di quelli che preferivano le banche, vent’anni dopo il rapporto s’era invertito, e gli ex allievi occupati nel settore finanziario erano una volta e mezzo più numerosi (p. 139)

Pertanto se c’è un posto in cui possiamo intervenire in modo che dia dividendi per la società negli anni, quello è l’aula scolastica […] L’interesse verte sulle competenze, non sui valori, Sulla didattica, non sugli ideali. Sulla “capacità di risoluzione dei problemi”, ma non su quali problemi bisogna risolvere. Ineluttabilmente tutto ruota attorno alla domanda: di quali competenze e conoscenze hanno bisogno gli studenti di oggi per essere assunti nel mercato del lavoro di domani, il mercato del 2030?

E’ esattamente la domanda sbagliata. […]

Invece dovremmo porre una domanda totalmente diversa: quale conoscenza e quali competenze vogliamo che abbiano i nostri figli nel 2030? In questo modo, invece di anticipare e adattarci, ci concentreremmo sulla direzione e sulla creazione. Invece di domandarci di che cosa abbiamo bisogno per sbarcare il unario con questo o quel lavoro burla, potremmo riflettere su come vogliamo sbarcare il lunario. E’ una domanda a cui non può rispondere nessun trend watcher. Come potrebbe? Loro seguono solo le tendenze, mica le fanno. Questa parte compete a noi. (pp. 140-141)

I politologi hanno verificato che il voto delle persone non è determinato tanto dalle loro percezioni della propria vita, quanto dal loro concetto di società. Non siamo particolarmente interessati a quello che il governo può fare per noi personalmente, vogliamo sapere cosa può fare per tutti noi. Quando esprimiamo il nostro voto non lo facciamo solo per noi, bensì per il gruppo cui vogliamo appartenere. (p. 196)

Ma il più grosso problema del socialista perdente non è che si sbaglia. Il suo più grosso problema è che è noioso. Barboso. Non ha una storia da raccontare, nemmeno un linguaggio per narrarla. […] Purtroppo il socialista perdente s’è scordato che la storia della sinistra dovrebbe essere una narrazione fatta di speranza e progresso […] Se non riesci a spiegare il tuo ideale a un dodicenne di intelligenza media, allora probabilmente è colpa tua. (p. 210)

Riforme? Cavolo, sì. Diamo una bella ripassata al settore finanziario. Costringiamo le banche a mettere insieme ammortizzatori più grossi in modo che non vadano gambe all’aria appena arriva un’altra crisi. Facciamole a pezzetti, se proprio dobbiamo, in modo che la prossima volta ai contribuenti non resti da pagare il conto perché le banche sono “troppo grosse per fallire”. Smascheriamo e distruggiamo tutti i paradisi fiscali in modo che i ricchi possano finalmente essere costretti a sganciare la giusta parte e i loro commercialisti possano fare qualcosa di utile.

Meritocrazia? Ben venga. Paghiamo finalmente la gente in base al suo vero contributo. Netturbini, infermieri e in­segnanti dovrebbero avere un aumento sostanzioso di sti­pendio, ovvio, mentre qualche lobbista, legale o banchiere vedrebbe crollare i propri emolumenti. Se volete svolgere un lavoro che danneggi il pubblico, fate pure. Però dovrete pagare per il privilegio con un'imposta più pesante.

Innovazione? Assolutamente. Ancora oggi va sprecata un'enorme quantità di talento. Se i laureati della Ivy League un tempo andavano a fare gli scienziati, i pubblici ufficiali e gli insegnanti, oggi è assai più probabile che scelgano banche, studi legali o incubatori di pubblicità come Goo­gle e Facebook. Fermatevi un momento a riflettere sui mi­liardi di dollari di tasse che vengono spesi per addestrare i migliori cervelli della società, tutto questo perché possano imparare a sfruttare gli altri nella maniera più efficiente possibile, e vedrete che vi girerà la testa. Immaginate come sarebbe diverso se i migliori della nostra generazione do­vessero applicarsi alle massime sfide dei nostri tempi. Il cambiamento climatico, per esempio, e la popolazione che invecchia e la disuguaglianza... Questa sì che sarebbe vera innovazione.

Efficienza? É questo il punto. Pensateci: ogni dollaro investito in un senzatetto restituisce il triplo, se non di più, come risparmi nei costi di sanità, polizia e tribunale. Im­maginate che cosa potrebbe ottenere l'eliminazione della povertà infantile. Risolvere questo tipo di problemi è pa­recchio più efficiente della loro "gestione", che alla lunga costa molto di più.

Tagliare lo stato-mamma? Esatto. Sforbiciamo quegli insensati e arroganti corsi per il riavviamento di chi ha perso il lavoro (in particolare quelli che prolungano la di­soccupazione) e smettiamola di addestrare e umiliare chi incassa un sussidio. Diamo a tutti un reddito di base, ven­ture capital, capitale di rischio per il popolo, che ci permet­ta di tracciare la rotta della nostra vita.

Libertà? Puoi dirlo forte, sorella. Mentre siamo qui a par­lare, fino a un terzo della forza lavoro è invischiato in “lavo­ri burla" che sono considerati insensati dalle stesse persone che li svolgono. Non molto tempo fa ho parlato a qualche centinaio di consulenti sulla crescita dei lavori inutili. Con mio grande stupore non sono stato fischiato dal pubblico. Non solo, ma mentre alla fine bevevamo un goccio, più di una persona mi ha confessato che alcuni compiti ben pagati affidati a loro gli avevano dato in realtà la libertà finanziaria di fare qualcosa di meno remunerato ma più dignitoso.

Queste storie mi hanno ricordato tutti i giornalisti free­lance che sono stati risucchiati nella scrittura di pezzi pro­mozionali per aziende che disprezzano soltanto per finan­ziare il proprio lavoro di indagine critica (esattamente sulle stesse aziende). Il mondo alla rovescia? A quanto pare, nel capitalismo moderno paghiamo le cose che troviamo since­ramente appaganti con... con le stronzate, le burle.

È venuto il momento di ripensare il nostro concetto di "lavoro". Quando rivendico una settimana di lavoro più corta, non propongo lunghi fine settimana letargici. Propongo che passiamo più tempo sulle cose che contano davvero per noi. Qualche anno fa, la scrittrice australiana Bronnie Ware ha pubblicato un libro intitolato The Top Five Regrets of the Dying [Vorrei averlo fatto. I cinque rimpianti più grandi di chi è alla fine della vita], i primi cinque rimpian­ti dei moribondi che aveva accudito quando faceva l'infer­miera. Indovinate un po'. Nessuno le aveva detto che avreb­be voluto prestare maggior attenzione alle presentazioni in PowerPoint dei colleghi o aver fatto più riunioni sulla crea­zione rivoluzionaria nella società in rete. Il loro più grosso rimpianto era: "Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita vera per me, non la vita che gli altri si aspettavano da me". Numero due: "Vorrei aver lavorato di meno". (pp. 210-212)

E così via per tutto il libro…

Harvey copertina

 

David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Feltrinelli, Milano 2014, euro 25,00.

L'autore, nato nel 1935, è geografo,sociologo e politologo inglese, è un marxista convinto, ma aperto al dialogo con chiunque sia interessato a cercare di realizzare una alternativa al modo con cui il capitale sta governando il mondo.

La sua età lo mette al riparo dagli unilateralismi di una teoria, quella di Marx (di cui è grande studioso, e con sufficente senso critico e disincanto su ciò che si può fare oggi.

Il suo intendimento è quello di proporre una direzione globale, diversa da quella del capitale, cui orietare gli sforzi di tutti coloro che non sono soddisfatti di come sta andando il mondo governato dal capitale.

Vi propongo la struttura del libro:

Le 7 contraddizioni dei fondamenti:

1) Valore d'uso e valore di scambio

2) Il valore sociale del lavoro e la sua rappresentazione mediante il denaro

3) Proprietà privata e Stato capitalistico

4) Appropriazione priivata e ricchezza comune

5) Capitale e lavoro

6) Capitale come processo o come cosa?

7) L'unità contraddittoria di produzione e realizzazione

Le 7 contraddizioni in movimento:

8) Tecnologia, lavoro e umanità a perdere

9) Divisioni del lavoro

10) Monopolio e concorrenza: centralizzazione e dec entramento

11) Sviluppi geografici disomogenei e produzione dello spazio

12) Disparità di reddito e di ricchezza

13) Riproduzione sociale

14) Libertà e dominio

Le 3 contraddizioni pericolose:

15) Crescita composta senza fine

16) La relazione del capitale con la natura

17) La rivolta della natura umana

Conclusione: Prospettive per un futuro felice ma contestato: la promessa dell'umanesimo rivoluzionario

Epilogo. Idee per una prassi politica

E' un libro ceh si può leggere dalla fine (Conclusione ed Epilogo, che trovate nell'invito alla lettura qui sotto), per chi vuole subito sapere cosa si può fare. Ma vale la pena aspettare e leggerlo fin dall'inizio, perché l'analisi delel 17 contraddizioni è veramente interessante, puntuale e ricca di molti significati per comprendere il mondo che stiamo vivendo.

La prospettiva è quella di provare a cambiare la visuale del pensiero unico che ci abita interiormente: il profitto e l'accumulazione del denaro, difeso dalla proprietà privata. Tutti siamo immersi in questo ambiente culturale, sia che ci muoviamo attivamente in questa direzione, sia che la subiamo e vogliamo contrastarla.

Harvey ci invita ad avere una grande consapevolezza che il cambiamento di prospettiva, a questio livello,non accadrà da sé, ma ha bisogno di molte persone decise anche a sopportare opposizioni dure, ma anche a far soffrire chi detiene il capitale in modo abnorme e dovrà, volente o nolente, lasciarlo andare.

E' un sogno o una possbile realtà che va perseguuita e che necessita di tempi lunghi?

Soprattutto è un cambio di paradigma, quello che Harvey propone:

la persona realizzata non è quella che accumula denaro senza preoccuparsi della violenza che esercita, e si vuole lavare la coscienza con della benificenza, ma è quella che condivide con gli altri la vita e si adopera affinché tutti possano realizzarsi al meglio e con creatività.

Non è una prospettiva facile da realizzarsi, ed Harvey ne è consapevole. Per questo da umanista rivoluzionario cerca alleanze con tutti quegli umanesimi religiosi che possono condividere sufficinetemente la medesima direzione di marcia.

Può essere utile andare su www.youtube.com, digitare: Acli Camaldoli 2014 e ascoltare le registrazioni delle relazioni di Donatella Scaiola, Salvatore Natoli e don leonardo Salutati, per approfondire il tema del denaro come idolo-feticcio.

 

 

Invito alla lettura: clicca qui

 

Dello stesso autore ho recensito: L'enigma del capitale, al seguente link:

http://www.ilcristo.it/index.php/antropologia/economia/32-harvey-lenigma-del-capitale

 Shaxson copertina

Nicholas Shaxson, Le isole del tesoro. Viaggio nei paradisi fiscali dove è nascosto il tesoro della globalizzazione, Feltrinelli, Milano 2012 (or. ing. 2011), pp. 350, euro 19,00.

 

Indice 

Prologo. Come il colonialismo è uscito dalla porta ed è
rientrato dalla finestra
1. Benvenuti da nessuna parte. Introduzione al sistema offshore
2. Tecnicamente all'estero. Tassare i fratelli Vestey: come spremere un budino di riso
3. Lo scudo redditizio della neutralità. La Svizzera, antica giurisdizione segreta d'Europa
4. L'opposto dell'offshore. John Maynard Keynes e la lotta contro il capitale finanziario
5. Il "Bigger Bang" dell'eurodollaro. I mercati dell'eurodollaro, le banche e la grande fuga
6. La tessitura della ragnatela. Come la Gran Bretagna ha costruito un nuovo impero all'estero
7. La caduta dell'America. Come gli Stati Uniti hanno im﷓
parato a infischiarsene e ad amare l'attività offshore
8. Il grande salasso dei paesi in via di sviluppo. Come i
paradisi fiscali danneggiano i paesi poveri
9. Deregolamentazione. Le radici della crisi
10. Resistenza. In lotta contro i guerrieri ideologici dell'offshore
11. La vita offshore. Il fattore umano
12. Griffin. La City of London Corporation
Conclusione. Riprendiamoci la nostra cultura

 

Invito alla lettura 1 (capp. 10 -11) e 2 (capp. 12-Conclusione)

E' un libro che mi ha fatto incazzare per la presa in giro che subiamo quotidianamente per 12 capitoli e mi ha offerto qualche piccola speranza nelle conclusioni.

Combattiamo per il tenere il deficit sotto il 3% quando basterebbe che i ricchi in Italia pagassero le tasse e non fossero difesi da una legislazione compiacente, per avere i soldi necessari a costruire scuole sane per i ragazzi, una sanità che funzioni meglio, che copra le spese mediche, una polizia che ha i mezzi per difenderci e così via su tutto il resto.

Il libro è una cavalcata in ciò di cui non si deve parlare per non disturbare il manovratore, ma che è bene invece conoscere per sapere chi veramente ha guadagnato in questi ultimi 30 anni, in cui le disuglianze di reddito sono aumentate in tutti i paesi, e in particolare in Italia.

Paradiso fiscale sappiamo utti cosa significhi, ma in effetti non sappiamo che sono stati voluti dagli occidentali e sono annidati più che nei paesi esotici che conosciamo, in particolare isole-stato, nella City di Londra e nel Delaware, negli USA.

E' un sistema che è nato apposta per non pagare le tasse nei propri paesi , che ha visto la Gran Bretagna risorgere dalle ceneri del suo impero andato in disfacimento dopo la seconda guerra mondiale e che ha trovato il consenso e la non opposiszione della Banca d'inghilterra, anche contro alcuni governi che si sono succeduti, in particolare i governi laburisti, e che avevano l'obbiettivo di ridurre l'autonomia della City di Londra, ma non ci sono riusciti.

La City ha una governance indipendente dallo Stato inglese, con giuridisdizione su 9.000 persone e 23.000 aziende che votano per le proprie autorità. E' un club esclusivo che si fonda su chi esce da Eton e dalle migliori (!) scuole inglesi, si basa su rapporti di fiducia e che, verso chiunque tenta di limitarne autonomia e poteri, usa metodi che in Italia definiremmo mafiosi: dall'intimidazione al ricatto, alla calunnia e alla delegittimazione.

Più è piccolo lo stato che si fa paradiso fiscale, più questi metodi sono usati per ridurre al silenzio chiunque si opponga. In cambio le piccole popolazioni locali ricevono benefici in termini di ricchezza. Questo nel Delaware, nelle isole del Canale, nei Caraibi, a Miami in Florida, ma anche in Svizzera e a Wall Street.

Il sistema oramai è collaudato e si basa su altissime professionalità che chiedono ed ottengono legislazioni favorevoli a nascondere il denaro, a renderlo irintranciabile, non tassabile dai "normali" governi, a sottrarlo al dovere di solidarietà che vincola gli uomini.

Il sistema favorisce pochissimi, anche meno del'1% della popolazione mondiale a scapito del rimanente 99%.

Se avete voglia di leggere qualche pagina dove si riporta l'ideologia di chi difende i paradisi fiscali e la loro utilità per la crescita dell'economia mondiale, vi renderete conto della scarsa o nulla considerazione delle conseguenze sulle altre persone che non facciano parte di questo club degli ultraricchi.

C'è un sistema di complicità in alto e in basso che non sarà affatto facile debellare, se non con una maggiore e capillare informazione su chi sottrae risorse agli Stati nazionali per una anche minimamente equa redistribuzione della ricchezza.

Nessuno fa mai soldi da solo, anzi paga profumatamente collaboratori e consulenti, per poter sottrarre il proprio patrimonio, che considera, come un tempo i nobili, sua esclusiva proprietà su cui nessuno può dire o fare nulla, in particolare lo Stato, che considera un ladro e quindi un nemico a tutti gli effetti.

Pensavamo che fosse passato quel tempo e invece è ritornato con prepotenza.

Anche i governanti del mondo non possono, o meglio, non intendono far nulla. L'intenzione di combattere i paradisi fiscali durante il G20 svoltosi nel momento peggiore della crisi, non ha sortito alcun effetto pratico, se non quello di legalizzare di fatto i paradisi fiscali, mettendoli nella lista bianca con un sotterfugio legale. Una ulteriore presa in giro.

Solo un serio e deciso movimento di mobilitazione dal basso a livello mondiale potrà fare qualcosa per ridurre un poco questa situazione di profonda disuguaglianza e ingiustizia.

Fino a quando si penserà che è giusto non far sapere l'ammontare del proprio patrimonio - non dico all'opinione pubblica -, ma almeno ai governi legittimi, fino a quando si pensa che la proprietà privata non debba avere alcun limite, ma sia un diritto assoluto, fino a quando le legislazioni permettono di non conoscere chi siede nei consigli d'amministrazione delle aziende e chi è veramente il proprietario di esse, fino a a quando si ritiene che il segreto bancario sia un bene per la collettività e non invece per pochi privilgiati che se lo possono comprare,  fino a quando non ci sarà la tracciabilità dei soldi, che permette ad evasori e criminali a sottrarsi a qualunque controllo, allora non si potrà fare nulla contro la grande evasione fiscale che coinvolge le grandi multinazionali e i veri ultraricchi.

In fondo è solo una questione di legislazione per rendere più vivibile il nostro mondo e le relazioni tra le persone e la legislazione dipende da noi tutti, governanti e governati.

 

 

Perché le nazioni falliscono

 

 

Daron Acemoglu, James A. Robinson, Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità e povertà, Il Saggiatore, Milano 2013, pp. 527 + 26 foto, euro 22,00

 Daron Acemoglu è professore di Economia al MIT di Boston. NEl 2005 ha ricevuto la John Bates Clark Medal, il più importante riconoscimento riservato agli economisti under 40.

James A. Robinson, scienziato politico a Harvard, ha insegnatoi per molti anni alla Universidad de los Andes di Bogotà, ed è uno dei più quotati studiosi delle istituzioni africane e latinoamericane.

 

Il libro è un best seller dei nostri tempi, perché ci fa capire come le nazioni possono prosperare o fallire. Prima di tutto è un'analisi storica delle istituzioni politiche ed economiche di molte nazioni in tutto il mondo, non solo Occidentale e va alla radice distinguendo le istituzioni poltiche ed economiche in due tipi: inclusive od estrattive.

Quelle estrattive difendono i privilegi di una elite molto ristretta e impediscono l'accesso alle risorse di una nazione alla maggior parte della popolazione.

Quelle inclusive sono diffusive del potere, proteggono i diritti di proprietà, permettono la distruzione creatrice capitalistica e quindi l'innovazione e il possibile ricambio delle elites politiche ed eocnomiche.

A modello delle seconde gli autori prendono l'Inghilterra e il suo percorso dal 1688 ad oggi, Gli Statti Uniti d'America, e con ritardi vari: l'Australia, l'Europa Occidentale e pochi altri stati.

La teoria proposta è interessante perché tiene conto che alla base dei diversi percorsi delle nazioni ci sono contingenze storiche che possono essere sfruttate o in un senso o in un altro, che nulla è determinato dalla storia, che l'inerzia delle istituzioni e delle classi dominanti è potente e che lo sviluppo storiche è un mix di scelte e di contingenze casuali. In questo senso gli autori sono consapevoli che è difficile che la teroia possa predire come sviluppare uno stato in un senso estrettivo o inclusivo, tuttavia ci sono degli indicatori che mostrano delle possibili vie di sviluppo inclusivo, anche se non di facile attualizzazione (vedi cap. 15)

Gli autori non si rendono conto, nel senso che non lo teorizzanno coscientemente, che c'è anche un altro fattore: quello di persone che scelgono deliberatamente di promuovere istituzioni inclusive od estrattive. Gli esempi nel libro sono innumerevoli, ma gli autori si limitano ad una analisi delle istituzioni. Come però ci ha insegnato Ricoeur: «Chiamiamo "prospettiva etica" la prospettiva della "vita buona" con e per l'altro all'interno di istituzioni giuste» (Sé come un altro, JAca Book, Milano 1993, 266), occorre quindi considerare anche il singolo individuo che sceglie la vita buona, e non solo che le istituzioni siano giuste, che i nostri autori qualificano come inclusive.

Qui potete scaricare in files PDF l'indice e il capitolo 15, quello conclusivo che riassume e riapre il ragionamento dei due autori.

 

 

 

 

 

Mauro Magatti, La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto, Feltrinelli, maggio 2012, 25 euro, 333 pagine.

 

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Mauro Magatti, preside della Facoltà di Sociologia dell'Università Cattolica di Milano, racconta con fare tranquillo, ma che interroga la coscienza, cosa è accaduto in questa crisi che stiamo vivendo, crisi spirituale prima che economica, cioè crisi della libertà. La crisi, per Magatti sociologo, è però un'opportunità per raccogliere quanto di buono abbiamo vissuto nella fase precedente di espanzione, spirituale prima che economica, e provare a mutare l'orizzonte di fondo in cui viviamo, cambiare paradigma di riferimento per poter sfruttare tutte le potenzialità di questa nuova stagione, con atteggiamenti meno adolescenti e più adulti, con maggiore libertà e capacità di senso.

Indice (clicca qui)

 

Il libro si divide in tre parti:

a) l'analisi: i primi due capitoli ripercorrono la genesi della crisi attuale, riprendendo qunanto già scritto nel libro "Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichiista" (Feltrinelli 2009);

b) le possibili derive: il terzo capitolo disegna tre scenari futuri in cui il capitalismo tecno-nichilista può scivolare con gravi conseguenzwe per tutti;

c) le opportunità da coltivare: nei capitoli quarto e quinto Magatti offre al lettore le coordinate per un nuovo pensiero della libertà e illustra alcuni movimenti sociali che ne portano avanti le istanze.

 

Leggi tutto: La grande contrazione - Mauro Magatti

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Plutocrazia: i ricchi governano.

Plutonomia: i ricchi fanno le leggi (a loro favore).

Federico Rampini, inviato di La Repubblica a New York, ha scritto il 2 aprile 2012 un articolo sul rischio negli USA di una plutonomia nel paese più potente del mondo.

«Dal 1978 ad oggi l'1 per cento degli americani più ricchi hanno visto i loro redditi aumentare del 256 per cento mentre il potere d'acquisto della famiglia media americana è rimasto stagnante».

I 300.000 americani più ricchi, lo 0,1 per cento, sono al 60 per cento (cioè 180.000) top manager, in larga parte banchieri.

Poco oltre Rampini ricorda come una recente sentenza della Corte Costituzionale, approvata dalla maggioranza di destra della medesima Corte, ha esteso "la libertà di espressione" in quanto diritto delle persone fisiche anche alle grandi aziende multinazionali. Esse si sono subito organizzate, già nelle elezioni di metà mandato del novembre 2010, mmoltiplicando per 5 le loro spese in pubblicità a sostegno di questo o quel candidato.

Questo ha costretto Obama a rivolgersi a chiedere sostegno finanziario a dei banchieri, assicurando che in caso di rielezione non terrà un atteggiamento punitivo nei confornti di Wall Street.

L'indice di Gini, creato da un economista italiano, misura la disuguaglianza di reddito su una popolazione data. Esso assume un valore tra 0 (tutti hanno lo stesso reddito) e 1 (uno solo ha tutto il reddito e tutti gli altri nessun reddito).

Gli USA sono passati da 0,394 del 1970 al 0,469 del 2005. Nel 2005 l'indice di Gini è stato calcolato per 133 paesi. Il più basso era della Svezia (0,23); il più alto della Namibia (0,707). L'Italia si collocava al 37 posto con 0,33. Nel 2008 era salito a 0,36 per il nostro paese.

Nel 2006 Warren Buffett ha dichiarato: «Certo che c'è la lotta di classe, ma è la nostra classe, quella dei ricchi, che la sta vincendo». Nell'agosto 2011 ha scritto ad Obama, presidente degli USA per poter pagare più tasse sui suoi redditi. E' uno tra i dieci uomini più ricchi del mondo. E anche lui vuole fare delle leggi, ma "buone"!

In Italia tutto questo è già successo con Berlusconi e le leggi ad personam!

 

 

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